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Fragilità

ottobre 23, 2017 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

 

 

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Già ho parlato degli “esercizi a tempo”. Si chiamano così esercizi di scrittura veloce che, con la mia collega Rosanna Ianni, facciamo eseguire agli allievi del corso di lettura-scrittura della Officina dello scrivere ad alta voce , durante  i nostri incontri settimanali.
Anni fa (inizio 2000 circa), anch’io frequentavo un laboratorio di scrittura e scrivere veloce mi appassionò subito. Lo trovavo liberatorio, esaltante, anche esilarante, una valvola di sfogo efficacissima e terapeutica. Serve come riscaldamento, tipo quello muscolare che si fa in palestra prima di cominciare ad allenarsi. Regole sono: non fermarsi mai, non staccare la penna dal foglio, non tornare indietro per correggere, cancellare o simili. Se capita un blocco scrivere: “blocco”, oppure qualsiasi altra cosa, anche uno scioglilingua, oppure una cosa senza senso, ma continuare a scrivere. Parecchi racconti miei sono usciti da esercizi di scrittura veloce. Scrivo così anche adesso, spesso da lì ricavo idee buone per essere applicate a un racconto o poesia.
Di solito si scrive su una parola proposta dall’insegnante  o dai partecipanti stessi (col metodo dei foglietti su cui ognuno scrive una parola, da cui poi ne viene estratta una a caso su cui tutti dovranno sbizzarrire la fantasia).
Una sera d’inverno dell’epoca in cui io ero una allieva del laboratorio, la parola estratta fu : “fragilità”.
Scrissi di getto, così:

 

Fragilità.

“Fragilità, il tuo nome è femmina”. Famosa frase, divenuta proverbiale. Ma siamo davvero piccoline, minute, cosine molli buone solo per essere consolate e strette sotto l’ascella? Donnine fragili come ali di farfalla, che non si devono sciupare o spiegazzare, a cui non si dice in faccia la verità, sennò vanno in deliquio?
Ma te la dico io stasera, in faccia, la verità: che sei un mandrillo dal culo rosso, immondo, viscido, osceno. Mi fanno ribrezzo quelle tue zampe sudate, le dita a salsicciotto, la tua ansia costante di stare a tavola a ingozzarti fino all’ultimo osso.
Te la dò io la fragilità, brutto scimmione gaudente, maldicente, maleodorante. Mi fissi con quegli occhi scuri da bove, da maiale ingrassato. Che diamine ti credi? Di potermi succhiare con la tua bocca da suino, di potermi palpare con le tue mani da babbuino? Non sopporto la tua aria da beone, la soddisfazione che traspare dal tuo sguardo d’uomo infingardo.
Non è vero che sono “carina ” e “tutta a modino”. Detesto la maschera della “brava ragazza”. << A quanto vedo, mi sembri una brava ragazza>>, hai gracchiato con voce da corvo spelacchiato.
Tesoro, ma davvero? Grazie! E dimmi, cucciolo, cosa te lo fa credere?  L’apparenza inganna. Non te l’ha detto mamma? Sono una vipera, io! Nascondo un pugnaletto negli stivali. Ti va un calcio nelle palle? Poi mi dirai se mi trovi ancora “una brava ragazza”.
Non sono carina, non sono gentile, non sono fragile, non sono una cuoca da cucinarti pasti luculliani, né una cameriera da stirarti le mille camicie che tieni. Non voglio i tuoi palazzi, non voglio i tuoi soldi, non voglio la tua pancia!
Non mi attizzano quei tre ricci d’oro unti di gel che hai sul testone, ogni tanto fatti uno shampoo invece di restare incollato davanti alla televisione. Ridicolo il modo in cui cammini con quelle gambe da papero, ma definirti così è offendere il povero papero, che invece è simpatico. Mi ricordi piuttosto l’omino Michelin della pubblicità, ma era simpatico anche lui, poveri noi! Non mi ricordi nessuno. Sei unico, indicibile, intollerabile. Almeno per me. Tiè!
Non sono fragile, non mi spezzerai, non ti aspettare di potermi ricucire, se per caso tagliata dovessi finire. Di che ti lamenti? Oh, santo cielo, come mi dispiace: hai perso le chiavi di casa? Stai smarrendo la tramontana e anche la memoria? Hai bisogno di  “essere accudito”, capisco. Ascolta me, tesoro: prenditi una badante. Metti un’inserzione sull’Occasione.

 

Scrivendo a raffica mi ero liberata, ce l’avevo con un tizio che mi aveva fatto in quel periodo una “proposta di accudimento” (in altro modo non saprei definirla), evidentemente – da parte mia – non andata a buon fine.
Ricordo che, essendo inverno, indossavo una gonna lunga di lana rossa e calzavo un paio di mezzi stivaletti di cuoio beige, alla texana. Dio, come adoravo quegli stivali! Quando, alla fine dell’esercizio di scrittura, lessi il mio brano (con un certo fervore, devo riconoscerlo, battendo anche i piedi sul pavimento – oh, adoravo perfino il suono che quegli stivali producevano!) ), l’unico uomo del gruppo, quella sera per caso seduto accanto a me, si alzò di scatto all’accenno del pugnale infilato negli stivaletti, allontanandosi di tre posti e suscitando l’ilarità generale. Un perfetto idiota. La mia stima nei riguardi dei maschi, quella sera, slittò a livello zero. Però mi sentivo bene, oh sì, incredibilmente soddisfatta.

L’incontro

ottobre 02, 2017 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

 

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“L’incontro” fa parte della raccolta <<A casa del diavolo e altri racconti>>, Helicon 2003
Si tratta del primo racconto che  ha dato una svolta alla mia scrittura. Tutti i racconti di quella raccolta hanno un’impronta sul “fantastico”, ma un fantastico quotidiano, nel senso che sono storie di gente normale, che vive e agisce nella realtà di tutti i giorni: impiegati, casalinghe, studenti, ecc. In queste semplici trame, però, ad un certo punto, avviene qualcosa, un imprevisto che rovescia il finale…. se di finale si può parlare. A me piacciono le storie “aperte”, ancora di più quelle “senza inizio e senza finale”, un po’ alla Cechov. Un racconto non deve necessariamente avere un corpo precostituito, progettato a tavolino, con un cappello, una parte centrale e un finale, si può lavorare semplicemente su frammenti, sensazioni, emozioni fulminanti…
Protagonista è un operaio che, come tutte le mattine, si alza e prepara per andare al lavoro, ripetendo i soliti gesti, la solita sprecisione (neppure si scomoda più a rifare il letto), sua moglie l’ha lasciato da poco e lui si trascina svogliatamente lungo le vie di tutti i giorni, costeggia il muro della stazione, sale sul solito treno, “uno scassato regionale, decorato dagli artisti delle bombolette”… e sarà proprio lì che avverrà l’incontro con una donna misteriosa, assegnatagli dal destino…
Quando lo scrissi, ricordo, mi uscì dalla penna di getto, impellente ed esplosivo: in effetti tutte le mie storie nascono in questo modo: a monte c’è un periodo di gestazione più o meno lunga nei meandri della mia testa, ma anche della mia pancia, e quando arriva il tempo escono alla luce. I personaggi, come dice Pirandello, assumono vita propria, mi chiedono di essere ascoltati, e a me non resta che dare loro una voce. Eccone uno stralcio: l’uomo ha preso posto nell’angolo più isolato del vagone…

<<Passò qualche tempo (minuti o secondi non avrebbe saputo dirlo). Forse si era appisolato e stava sognando… avvertiva un profumo di fiori nell’aria, pareva di violette selvatiche. Era piacevole lasciarsi andare mentre il movimento del treno lo cullava in mezzo a quel prato. Aveva paura di svegliarsi e non sentire più quel profumo: aroma di campi, di sole, di cose dimenticate, di cose perdute. Nonostante ciò, aprì gli occhi all’improvviso, perché doveva sapere e poi… forse aveva dormito troppo, magari la sua stazione era già passata!
Si accorse di non essere più solo: sedeva dirimpetto a lui una donna, vestita di scuro.
Era molto elegante, fasciata in un abito di maglia col collo alto. Austera, sedeva con la schiena dritta, fissandolo. Lo sguardo acuto degli occhi neri, leggermente a mandorla, lo mise a disagio: che diamine aveva da squadrarlo così? Non gli erano mai piaciute le donne invadenti, le “mangiatrici d’uomini”, come le chiamava. Questa sembrava esserlo, ma non erano né il momento nè l’ora adatta per un’avventura e lui aveva la luna di traverso.
La donna sollevò lentamente una gamba, accavallandola sull’altra con gesto sensualissimo, mentre allacciava le mani a prendersi il ginocchio, mani lunghe, nervose, dalle unghie laccate di nero. Le calze, che avvolgevano quelle gambe conturbanti, erano velatissime, color fumo, le scarpe col tacco alto nere e lucide come appena uscite dalla fabbrica.
Per quanto fosse bruna, gli rammentava Sharon Stone in quel film… come s’intitolava? Accidenti, lui non c’era per i nomi! Quella scena in cui, seduta davanti a tre poliziotti (o erano due?) accavallava le gambe e si vedeva benissimo che non aveva le mutande. Questa le aveva, però. Forse.
Si sentì soffocare: l’enigmatica Venere nera, dai capelli cortissimi e frangiati, sorrise a labbra chiuse. Accidenti! Ma che stava aspettando? Doveva scendere: era arrivato! Eccola lì la sua stazione!
Scendere? E chi scendeva più? Quando mai l’aveva cuccata una così? Si scosse, decidendosi a togliere i guanti, cercò di atteggiare il volto a un’espressione intelligente e gli venne uno schifo …..   ……   …… …..

…. …. …..   …… ……. …..

Palestra Gold Gym, una garanzia di professionalità e simpatia.

luglio 21, 2017 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  7 Comments

 

Patriiiii

La palestra Gold Gym, alla Spezia, è nata nel 1985. Una bella età, la sua. E una bella storia. Situata in via Gramsci 52, al primo piano di una palazzina antica, si trova al di sopra dell’asilo infantile Maria Adelaide, a pochi passi dalla piazza del mercato. Due delle sue finestre si affacciano sul cortile dell’asilo, adorno di  maestosi tigli che stendono le braccia fino a sfiorarne i vetri e in primavera spandono intorno intenso profumo.  Perché ho scelto di parlare della Gold Gym? Perché la frequento da anni ed è un ambiente a conduzione familiare, che di familiare ha tutta l’atmosfera. Ci ho messo piede la prima volta nel ’95, non ricordo nemmeno spinta da cosa o da chi… Ricordo però benissimo di aver trovato alla reception una giovane signora bionda, in tuta candida, che mi ha accolto con un sorriso radioso facendomi sentire subito a mio agio, mostrandomi le varie sale e dandomi ogni informazione possibile. Quando ho iniziato ad allenarmi, mi ha fornito di una scheda dettagliata, con gli esercizi che riteneva idonei al mio caso. Io che, lo confesso, a scuola non ho mai amato l’ora di educazione fisica, mi sono inserita nell’ambiente con naturalezza, traendone innegabile giovamento. All’epoca, tuttavia, non avevo capito che persona straordinaria fosse Patrizia, quella piccola donna bionda, che irradiava luce intorno. Per me era semplicemente la titolare della palestra, che gestiva insieme al marito e al figlio.

Per anni ho continuato la frequentazione di quell’ambiente, finché ho dovuto interrompere per problemi personali. Sono tornata nel 2014, dopo la morte tragica di mia mamma. Sono tornata per non morire anch’io, sono tornata perché a casa c’era il badante con mio padre ormai a mezzo tra Parkinson e Alzheimer, sono tornata perché avevo bisogno di ritrovare il sorriso di quella donna che sapeva ascoltare e intuire anche le cose non dette, sono tornata e ho lasciato che le lacrime scorressero sulle mie guance, mentre magari facevo la cyclette o il vogatore, o altro. Patrizia mi stava accanto in silenzio, io credo di averle detto, a tratti: “Non farci caso, poi passa”. E lei obbediva, mi bastava la sua presenza, il tacito appoggio. Finché, verso la fine dello stesso anno, anche lei ha perduto la sua mamma, che io amavo e amerò per sempre, con la quale avevo un rapporto speciale. Da quella comune sofferenza è scattata la magia del nostro legame, ora fortissimo.
Ma, al di là del caso personale, mi sento di dire che Patrizia è l’anima della Gold Gym (non me ne vogliano gli altri allenatori ed insegnanti professionalmente preparati che la popolano). Lei è sempre pronta ad accogliere, spronare, incoraggiare chiunque si affacci sulla soglia, grazie alla sua capacità di ascolto, che l’ha portata a frequentare con successo un corso di counseling, il che si addice perfettamente alla sua personalità.
Forte del classico motto: “Mens sana in corpore sano”, Patrizia consiglia di allenare corpo e mente, coltivando l’arte e la cultura, ed è capace di ravvivare non solo il corpo stanco, ma anche lo sguardo spento di chi arriva col fiatone, dopo aver arrancato su per la rampa di scale che conduce all’ingresso, inguaiato nel proprio male di vivere, magari incavolato nero contro il governo, le tasse, le beghe quotidiane con moglie o figli. Fautrice convinta del “Qui e ora”, Patrizia invita a vivere il presente, a cogliere l’attimo, a rispolverare antiche passioni, desideri rimossi, che aiutino a ritrovare l’interesse e la gioia di vivere. Grazie a lei, la Gold Gym è molto più che una palestra, io la definisco scherzosamente (ma neanche tanto), un “consultorio psico-motorio”. Certo è che si tratta di un ambiente magico, dove fare conoscenze interessanti, intrecciare legami di amicizia duraturi, ascoltare storie di vita vera, condividere passioni, emozioni ed esperienze.
Patrizia è una “personal trainer” specialissima, oserei definirla anche una “talent scout”, capace di darti l’imput, la spinta che ti serve in quel momento particolare della tua vita, e fare scoccare una scintilla di entusiasmo dove tutto pareva spento.
Non sto facendole un panegirico solo perché è un’amica grande, se non mi credete potete chiedere a chi la conosce: vi confermerà le mie affermazioni. Permettetemi quindi di darvi un consiglio: se vi sentite oppressi, stanchi, scarichi, sfiduciati… provate a venire alla Gold Gym a respirare quest’aria magica, ad allenare corpo e anima, e tornerete a sorridere, a divertirvi, a cantare (come è accaduto a me), a credere in voi stessi e nel prossimo.

Sabato 10 maggio

giugno 13, 2017 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  6 Comments

 

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Sabato 10 giugno, nella Sala delle Officine Superbi, in piazzale Kennedy 63 alla Spezia, ho presentato il mio libro: “Il mito al femminile“, raccolta poetica sulle figure femminili della mitologia greca, partendo dalle dee dell’Olimpo, fino ad arrivare alle eroine dell’epica e della tragedia.
Bel pubblico, sala piena, due splendide attrici – Patrizia Valanzano e Viola De Renzis – a leggere insieme a me alcuni testi della silloge. Una serata riuscita, che mi ha riempito di entusiasmo. Ho scelto una presentazione sui generis, senza intervento di critici letterari a parlare della sottoscritta, delle sue opere e del suo stile (i lettori possono trovare nelle prime pagine la dotta prefazione al testo scritta dal poeta Ignazio Gaudiosi),  ho preferito entrare subito in argomento, privilegiando la lettura dei versi, preceduta dalla spiegazione del mito in esame, per chi non conoscesse la materia.
Si tratta di rivisitazioni in chiave moderna delle donne del mito. Queste poesie mi sono “venute fuori” (perchè sempre accade così: non sono io a cercare le storie, i personaggi, sono loro a venire da me) mentre, insieme alla mia collega Rosa Anna Ianni, parlavamo del tema “Donna” (la donna in letteratura, vista come protagonista di romanzi, poesie ecc. sia come autrice lei stessa, in un lungo percorso partendo dalle figure femminili dell’Antico Testamento, passando dai miti fino ad arrivare all’800 e ‘900 ) all’Officina dello scrivere ad alta voce,  laboratorio di lettura e scrittura che ormai da 3 anni teniamo nella sede degli Archivi Multimediali Sergio Fregoso (ora trasferitisi in via Firenze, ex sede del cinema Odeon).
La prima che mi si è presentata, perché l’ascoltassi e le dessi voce, è stata Arianna, colei che aiutò l’eroe ateniese Teseo ad uscire dal Labirinto, dopo avere ucciso il mostruoso Minotauro. La mia Arianna smitizza l’eroe, consapevole che un labirinto è presente in ciascuno di noi, e non esiste alcuna distinzione, ormai, fra vinto e vincitore. A me Arianna ha dato un filo sì, ma di parole, per tessere la trama delle varie storie. Un filo rosso sangue, perché la penna è un bisturi che incide l’anima prima del foglio, e spesso ne esce sangue.
Athena vanta una nascita strabiliante, essendo uscita dalla testa di Zeus armata da capo a piedi (corazza, elmo, lancia e scudo), lanciando un urlo di vittoria ed eseguendo una danza guerresca. Infatti è la dea della guerra, delle armi, ma anche della saggezza, colei che dona la pace alle città,  protettrice della città di Atene, a cui ha dato il nome, e della regione dell’Attica. Ha inventato l’aratro e insegnato agli uomini la navigazione, alle donne l’arte della tintura, tessitura e ricamo; suo animale simbolo è la civetta, sua pianta simbolo l’olivo, a cui si dice abbia dato origine.  Nella versione moderna Atena è una donna che, come spesso accade, si è costruita addosso – per motivi vari – una corazza impenetrabile, che è divenuta la sua fredda prigione, di cui ormai sente il peso e di cui desidera sbarazzarsi come ci si spoglia di un abito vecchio, perché oltre quel gelido metallo c’è un cuore vivo e pulsante che vuole volare fuori, e chiede solo di poter amare ed essere amato. Nessuno può liberarlo, ne è consapevole, tranne lei stessa.
Afrodite, nata dalla spuma creatasi in mare dai genitali evirati di Urano da parte del figlio Cronos (la Cosmogonia greca, raccontata dal poeta Esiodo, è spesso cruenta), da sempre è considerata la dea dell’Amore e della bellezza; io direi che, molto più della bellezza fisica, lei rappresenta la grazia, l’armonia. Nella realtà, Afrodite è una donna che si piace e invita tutte noi a imparare ad amarci un po’ di più. Afrodite è una donna senza maschere di sorta, una tosta, che si alza la mattina e, dandosi un’occhiata allo specchio, si saluta, si sorride, (anche se magari ha gli occhi gonfi perché la notte ha pianto), poi va in bagno, si lava la faccia, rialza la testa e prosegue il cammino quotidiano, scende nell’arena come ogni giorno, minuto dopo minuto… Afrodite non ha le labbra a canotto, non si fa le iniezioni di botulino sugli zigomi riducendoli a mongolfiere, non si riempie le tette di silicone. Non ne ha bisogno, sa benissimo che la bellezza non sta nelle tette. Afrodite può essere piallata lì davanti, può essere anche senza gambe o senza braccia, avere delle protesi, come l’atleta delle Paralimpiadi, Bebe Vio… L’avete guardata in faccia, mentre la intervistano? Quel viso è colmo di luce, gli occhi brillano come stelle. Afrodite nel mito è anche detta “aurea”, non solo perché veste d’oro, ma perché tutto ciò che tocca risplende, si dice che al suo approdo nell’isola di Citera persino i sassi brillassero come oro.
Afrodite siamo tutte noi quando ci ritagliamo un angolo di cielo, quando facciamo arte o qualsiasi cosa ci faccia stare bene davvero, quando amiamo senza secondi fini (sistemazione, procreazione ecc.), solo per il piacere di amare, quando impariamo ad avere autostima di noi stesse e a non buttarci via. Perché valiamo; non per merito di una stupida marca di shampoo, ma perché siamo donne. Non omologate, non allineate, non pupattole mascherate. Donne vere. Afrodite non si nasconde, non teme il giudizio altrui, Afrodite fa tutto alla luce del sole. Perché lei stessa è luce.
Antigone è una delle più belle figure tragiche, figlia dell’incesto (Edipo suo padre, senza saperlo, ha ucciso il proprio genitore e sposato la madre) insieme a due gemelli maschi – Eteocle e Polinice – e alla sorella Ismene. Antigone rappresenta il coraggio e il profondo senso di giustizia che la porta a sfidare le leggi del potere, perchè lei obbedisce solo alla legge del cuore, e osa sfidare l’ira del re – suo zio Creonte – il quale vorrebbe negare la sepoltura a Polinice, il fratello che ha tradito la patria, portando guerra al suo gemello Eteocle. Fiera e intrepida, questa figura di donna campeggia di fronte all’animo meschino e alla mente ottusa del nuovo sovrano. Antigone è una donna senza paura, una donna che non si piega davanti all’ingiustizia, ma combatte fino in fondo per le proprie convinzioni, pur sapendo di andare incontro alla morte.
Queste sono solo alcune delle donne presentate sabato, protagoniste di poesie che mi sono scaturite dalla penna di getto, portandomi ciascuna – anche i più orrendi mostri del mito – un messaggio intenso e importante, che spero di essere riuscita a trasmettere al pubblico in sala e a chi vorrà leggere i miei versi.

A casa del diavolo

giugno 03, 2017 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

 

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“A casa del diavolo” dà il titolo alla mia prima raccolta di racconti, risalente al 2003.  Immaginai un incontro col diavolo in persona, apparsomi sotto le spoglie di uno strano, affascinante personaggio…

Ancora oggi mi diverto a leggerlo, così come quando lo scrissi e rimane un pezzo che amo molto e mi rispecchia completamente.
Ne trascrivo un passaggio, il momento del mio incontro coi diavoli (suoi servitori) e con lui stesso:

……… ………. ……. Ma cos’è questa voce?  Il suono si duplica, quadruplica, decuplica davanti a me, da dietro, di lato… ed io continuo a non vedere nulla! Poi balzano fuori tutti insieme, emergendo dal rosso dell’atmosfera, mi accerchiano come una muta di cani da caccia bracca la preda. Le facce, ragazzi! Ma sono facce? Direi piuttoso musi camusi, confusi, sfocati: gli occhi mi si sono annebbiati!
Uno, più orrendo degli altri, le pupille fosforescenti, le fauci nere piene di denti gialli e fetenti, mi si piazza davanti, strappandomi il sacchetto con le scarpe che ho comprato, mi fa:
<< Bella straniera, sii benvenuta! Morbida pera, succosa spremuta,  fatti toccare, pelle di seta. Su, vieni a ballare!>> E mi trascina in un tango, che balla come un orango. Poi parte un motivo languido… Mi accorgo che, poco più avanti, in un largo spiazzo, si erge un palco per la musica, coperto da una graziosa tettoia bianca appuntita, sostenuta da candide colonnine di marmo. Spicca lassù una bianca figura. Ora lo vedo bene: giacca immacolata, pantaloni a zampa d’elefante, si muove elegante, sorride, mi fa:
<<Quando ho saputo che eri arrivata, mi sono affrettato. Perdona i modi dei miei servitori: Codadiporco è vecchio e sordo, Scalabrino non ha cultura. Digrignazzo, Malaventura e Batticulo non sanno trattare con le signore! Vorrei omaggiarti, preferisci un mazzo di rose o rami di mimose? No, aspetta, lo so: fiorellini di campo appena colti?>> Mi porge un mazzo coloratissimo e, poiché rimango muta, aggiunge:
<<Se vuoi la luna, fa’ solo un cenno e in un attimo qui te la scodello.>>
Per la miseria, voglio vedere come se la cava con questa spacconata. Accenno di sì con la testa. Lo credereste? All’istante, la pallida faccia della luna piena compare al di sopra della tettoia del palco. Rimango inebetita a fissarla, ma lui mi richiama, tendendomi la mano m’invita a salire. Mio malgrado l’afferro, è fredda, si avvinghia alla mia e mi tira su…
Sono sul palco. Mi guardo attorno perplessa: sotto di noi le orrende maschere camuse sembrano lontanissime. Eppure ho salito solo quattro scalini! Quassù tutto risplende. Come lui. Sento che non dovrei fissarlo, ma non ci riesco.
Mi si è inchinato dinanzi, ponendosi a una certa distanza, come per farsi ammirare. Indossa una giacca a risvolti di raso, che borda anche la riga dei pantaloni. Sotto porta un maglione di lamè argentato, col collo alto. Il mento ha una fossetta nel mezzo, la mascella maschia, ma non da cavallo, come va di moda. Risalgo alle labbra sottili, aperte in uno smagliante sorriso (devo chiedergli la marca del dentifricio). Il naso è perfetto, fremente agli angoli, gli occhi color ghiaccio mi stanno scrutando intensamente. Passa una mano tra i riccioli bruni, appena spruzzati di grigio sulle tempie. Domanda, con voce suadente:
<<Paura di me?>>
<<No, non ho paura… solo che… non ti conosco e…>>
<<Via, via, vieni via con me!>>
Si è seduto al piano, un pianoforte a coda bianco, lucente, sbucato da chissà dove, e inizia a cantare. Le magiche note mi trascinano via… E non siamo più lì, ma al ristorante. Pare scavato nella roccia, le pareti di nuda pietra, in un angolo scoppietta il caminetto. Pochi clienti discreti. Non ci sono finestre, in compenso si ode uno sciabordio d’acqua. Mi legge nel pensiero.
<<E’ il fiume, qui sotto. Te lo mostro, se vuoi.>> Mi precede fino a una porticina laterale, che non avevo notato. L’apre. Scendiamo alcuni gradini di pietra. Un brivido mi percorre la schiena: fa freddo qui! Lui si volta, sfila la giacca, me la pone sulle spalle. Davanti a me il suo ampio dorso riluce nel buio.
Le scale sono terminate: siamo sgusciati su una specie di molo sotterraneo, che si allunga su un fiume. Legata al pontile, una barca muove i fianchi sull’inchiostro delle acque.
<<Di che fiume si tratta?  E dove va a finire?>> E intanto tremo. Lui se ne accorge, m’invita a rientrare. Non mi dispiace andar via, però, mentre risaliamo, ripeto il quesito.
<<Quando verrà il momento, io stesso ti condurrò lungo quel fiume. Spero sia presto.>>
Nel dirlo si volta, mi sfiora le spalle. Mi sta guardando, nonostante sia buio pesto.
Siamo tornati in sala. Prendiamo posto a un tavolo.
<<Facciamo un brindisi con questo nettare.>>
Mi porge un calice colmo di liquido rosso sangue. Non vorrei bere, ma la sua voce mi culla:
<<Bevi, chiudi i tuoi occhi e lascia che il vino trabocchi nella gola. A noi, al viaggio che insieme faremo, al dolce veleno che è in te e io stillerò!>>
Porto il bicchiere alle labbra: è divino, scende giù come musica.
<<Raccontami di te!>>, fa lui, il volto fra le mani poste a coppa, una scintilla negli occhi di ghiaccio.
Spaventata dal tono d’intimità, provo a deviare:
<<Bella canzone: comincia in sordina, poi s’allarga, s’ingolfa la voce gracchiante da eterno sfigato, quello che tutte le donne lo piantano in asso. Ma sì ….(mi vien da ridere, nel vedere finalmente la sua espressione stupita), non ricordi il Sanremo di qualche anno fa? Marco Masini e le sue storie andate male.>>
Mi blocco: pare contrariato dalla mia divagazione, ma non m’importa un accidente. “Va’ all’Inferno!” – penso tra me e me.
L’uomo sussulta e scoppia a ridere.
<<Non vale cambiare discorso! – mi ammonisce, tornato serio – Mettiti a tuo agio!>>
A mio agio un corno. Sono tesa e impacciata. Per fortuna arrivano le prime portate. Butto giù, senza badare a cosa infilo in bocca. La pasta è talmente piccante che ho la lingua in fiamme. Intanto lui mi parla del suo lavoro. Pare si occupi di pubbliche relazioni.
<< Mestiere interessante  avere a che fare con la gente, entrare nelle loro vite. S’impara a conoscerne i desideri, le vocazioni…>> – gli sfugge un sorriso bizzarro. Accidenti, quant’è fico! – Le donne sono i soggetti più affascinanti. Avvicinarle è un universo di emozioni. Conosci la canzone che fa: “Oltre le gambe c’è di più”? (la conosco). Ebbene, sono d’accordo.>> , mormora, accostandosi al mio viso.
Maledico le mie gambe infagottate nei soliti pantaloni scuri e i piedi imprigionati nelle Lumberjack, anche un po’ sfondate.
……. ……. ……. …….. ……… ……… …….. ………. …….. ……… ……