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Dovremmo farli incontrare

maggio 12, 2018 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

 

 

 

 

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<< Dovremmo farli incontrare>>, edito da Helicon 2008,  è il mio primo romanzo, una piccola storia che ha come protagonisti due ragazzini intraprendenti e due adulti bisognosi di aiuto… Un romanzo semplice, una storia d’amore pulita, che rasenta l’ingenuo, ma amo particolarmente perché piaceva tanto a mamma (la mia lettrice numero uno),  diceva che a leggerla le pareva di trovarsi anche lei in montagna, a respirare aria pura. Quella fu, d’altra parte, la prima volta in cui mi uscirono dalla penna dei personaggi veri e propri con cui confrontarmi e scoprii presto che – come afferma Pirandello – io li avevo generati, ma loro già vivevano di vita propria.

Nella nota introduttiva al libro scrissi così:
La genesi di questa storia risale al periodo del mio primo approccio con la scrittura. Ricordo un’estate torrida e un quadernone verde a righe che portavo sempre con me, sulle cui pagine andavano componendosi scene e materializzandosi personaggi la cui esistenza, fino a poco prima, avevo ignorato, ma che ora chiedeva prepotentemente di essere riconosciuta.
Ricordo lo stupore con cui contemplavo quel mondo immaginario sgusciato su carta davanti ai miei occhi; ricordo la passione che presto mi catturò, spingendomi ad assecondare il gioco della mente, a montare e smontare cene, a soffermarmi sulla cura dei dettagli, a porre attenzione allo sviluppo di emozioni e sentimenti, a creare situazioni di incontro-scontro consone a quelle tiranniche creature saltate fuori da chissà quali meandri, per riempirmi di divertita meraviglia.
Se è vero che – come l’etimologia insegna – il testo è un tessuto di parole, il filo di queste andava tracciando sul foglio l’abbozzo di un disegno, l’inizio di qualcosa…. Proprio così scrissi nell’intestazione sulla prima pagina :<<Inizio di qualcosa…>>. 
Ricordo che non stetti a chiedermi quanto tempo ci sarebbe voluto per realizzare la “cosa”, né dove essa mi avrebbe condotta. Mi misi semplicemnete a seguire quel magico filo (identico a quello di Arianna…)

Cattiva!

aprile 05, 2018 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

All’incontro settimanale dell’Officina, stasera, le partecipanti sono state invitate a scrivere sul tema : “Cattiva! Sei una bambina cattiva!” Come sempre sono venuti fuori brani interessanti, spunti per approfondimenti ulteriori, da cui possono nascere racconti o poesie.
Non ho resistito, ho scritto anch’io, “a tempo”, ovvero velocissimamente, senza staccare la penna dal foglio, senza fermarmi a pensare, cancellare, modificare, ecc. Ecco il risultato:

“Cattiva! Sei una bambina cattiva, brutta gallina, faccia di culo, ti sbatterei la testa sul muro,  cattiva disubbidiente, voglia di far niente, distratta, guarda che ti meno, ti strappo i capelli, sono brutti i bambini ribelli, che ti credi di poter fare il comodo tuo, di fare la matta, i capricci, le bizze, con me non attacca, ti spacco la schiena, te la faccio venire io la lena, altro che testa piena di sogni, in riga devi stare se non vuoi farti malmenare, fai quello che dico io, ti vesti come dico io, studi come dico io, mangi come dico io, e se non l’hai ancora capito lo capirai, o saranno guai! Zitta devi stare, neppure fiatare, le brave bambine obbediscono, le gonne non le tirano sopra i ginocchi, non ridono sguaiate, non escono senza fare i compiti, non sbuffano, non frignano. Perfino la panettiera mi ha detto che sei strana, l’altro giorno, fammi vedere qua, non porti nemmeno la sottana! Le mutande ce le hai, almeno? Non scappare, fai vedere, fa’ vedere alla mammina! Sgualdrina, se ti riscopro che ancheggi ti gonfio, cattiva, sei una cattiva bambina!
Cattiva, sei una bambina cattiva, bislacca, baldracca, linguaccia che fai quel che vuoi, sono sempre cavoli tuoi, porti a spasso i buoi, incidi castelli di rabbia, riempi il cuore di sabbia, non puoi restare sempre in gabbia e te ne sbatti i coglioni dei bei paroloni, delle promesse sempre le stesse, la lancia la punti alle stelle tue lontane sorelle, nel cuore la devi ficcare a chi ti fa male, brucia il sale delle ferite, la vite è seccata, il mondo è una zozza frittata scotta, ricotta andata a male, rinuncia a salire le scale se non ce la fai, prendi il tramvai, montaci e vai, non pensare che non ce la fai, non darti la zappa sui piedi, corri e poi siedi a riprendere fiato, guarda puoi persino mangiarti un gelato di fragole rosse, riempi le fosse di gigli, bianche colline fanno i conigli e non li pigli, non è vero che sono vili i conigli!”

Martin Eden

gennaio 25, 2018 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

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Nel suo stile scabro e asciutto, scevro da fronzoli e raffinatezze, ma potente ed energico come la sua anima, London disegna la figura di Martin Eden, un suo drammatico e  immortale alter ego.  Personaggio indimenticabile, Martin è un rozzo marinaio che salva da un’aggressione  Arthur Morse e ne conosce la sorella Ruth, affascinante ragazza  borghese, piena dei pregiudizi della sua classe.  Ruth, il cui ideale di bellezza maschile  era sempre stato formato da grazia e finezza,  prova attrazione e ripulsa contemporaneamente verso quel giovane energico, quella sua forza fisica,  scopre in sé la voglia di posare le mani su quella nuca vigorosa…  Martin, dal canto suo, la vede come una dea, un essere superiore, e s’impegna a trasformarsi, a studiare, a leggere di tutto, disordinatamente, per elevarsi a livello di lei,  dimostrando facilità e velocità di apprendimento. Ruth, come scrive l’autore “era la prima volta che aveva un’anima fra le mani, e l’argilla di quell’anima era delicata da trattare, giacché lei immaginava di modellarla, e aveva buone intenzioni…. sentiva di avere dei diritti su di lui, ed egli eservitava su di lei un influsso tonico…” Presto matura in Martin il desiderio di diventare scrittore e si getta a produrre opere di ogni genere: poetico, comico, satirico, narrativo, giornalistico ecc… che vengono regolarmente respinte dagli editori.
Per potere continuare a scrivere e studiare s’indebita, trova lavoro in una lavanderia, vive miseramente, si riduce alla fame. La madre di Ruth, cui la ragazza confida l’attrazione per Martin, e così il padre, non approvano l’interesse della figlia verso il giovane, lo accusano di avere idee socialiste, di essere un buono a nulla, non era questo il futuro che avevano previsto per lei, tuttavia non temono il fidanzamento, certi che prima o poi la loro figlia si renderà conto dell’abisso incolmabile tra sé e il suo innamorato.  Ruth infatti, testimone degli insuccessi letterari di Martin, desiderosa solo di una unione stabile, gli suggerisce di trovarsi un lavoro nelle ferrovie, o nella ditta del padre, non comprende l’ansia di Martin, perché lui non demorda, perdendosi dietro un sogno di successo irrealizzabile. Si arriva alla rottura del fidanzamento, che getta Martin in una delusione profonda. Solo un poeta socialista, Russ Brissenden, conosciuto a casa Morse, incoraggia Martin a non arrendersi. Il successo arriva infatti, insperato e travolgente: le opere di Martin sono accettate finalmente e pagate e pubblicate.
Ma qualcosa si è spezzato nel suo cuore: lui non riconosce più legami né con la sua classe di appartenenza (non gli danno più piacere le risse, le bevute con gli amici, le conquiste amorose), né con quel mondo vacuo e ipocrita che aveva conosciuto frequentando Ruth e in cui mai si era inserito. Il denaro, la montagna di dollari guadagnati, la fama, gli inviti a pranzo da parte della borghesia che fino ad allora lo aveva guardato con disprezzo, neppure Ruth stessa che lo raggiunge al suo albergo una sera, dichiarandosi pentita e offrendoglisi… nulla può ridargli la primitiva semplicità e innocenza e gioia di vivere. Disgustato, s’imbarca alla volta dei mari del Sud, ma sulla nave, sopraffatto dal suo disinteresse per il mondo e gli esseri umani, pone fine alla sua vita lasciandosi scivolare in mare.
Fortemente autobiografico, il romanzo ripercorre le tappe dello scrittore London, la sua fatica a farsi accettare e pubblicare dall’editoria, gli anni di miseria, poi i grandi successi, la fama, la fine misteriosa… a soli quarant’anni.
London ha la medesima forza fisica, energia ed entusiasmo di Martin, la voglia di avventura (si pensi alla miniera di esperienze accumulate, al suo vagabondaggio per tutta l’America, fino a spingersi nel Klondike fra i cercatori d’oro, alla corrispondenza di guerra, all’acquisto dello Snark, lo yacht con cui avrebbe voluto fare il giro del mondo e che non resse alla furia del mare). Come Martin, London sembra non voler fare altro in tutta la vita che tentare di minare l’eccezionale fisico donatogli da madre natura, senza risparmiare la fatica, dandosi a tutti gli eccessi, dilapidando il denaro guadagnato, unica sua compagna fedele: la bottiglia.
Romanzo autocelebrativo e autodistruttivo nello stesso tempo, forse meno conosciuto dei celeberrimi “Zanna Bianca” e “Il richiamo della foresta”, Martin Eden avvince dalla prima all’ultima pagina e merita di essere letto attentamente anche dalle nuove generazioni come testimonianza di vita vera, insieme a tutta una serie di affascinanti racconti anch’essi poco noti.

Due donne, due romanzi

gennaio 21, 2018 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

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Due donne, protagoniste di due romanzi che hanno segnato la storia della letteratura: Madame Bovary e Lady Chatterley. Due donne insoddisfatte, entrambe schiave delle convenzioni sociali e di unioni infelici. Due autori, che le hanno rese immortali protagoniste, accusati entrambi di immoralità.
Ispirata alla figura di una donna reale, Delphine Delamare, vissuta a Ry, un villaggio della Normandia, che dopo aver più volte tradito il marito si uccise col veleno, Emma è il simbolo del conflitto fra illusione e realtà. Nutritasi di letture e ideali romantici, andata sposa ad un mediocre vedovo medico di campagna, Charles Bovary, Emma non sa reggere il grigiore della vita reale, scontata banale e soffocante, rimanendo persa dietro i sogni di una vita elegante alto-borghese.
Non può bastarle l’emozione provata durante il ballo dato dal marchese Andervillies in una località vicina, dove il marito l’accompagna, meno che mai la nascita della figlia Berta, che affiderà presto a cure estranee. Comincia così a cercare sfogo in relazioni extraconiugali destinate a fallire: col giovane Leon, praticante di un notaio, c’è all’inizio un’intesa puramente platonica, interrotta dalla partenza di lui che deve proseguire gli studi a Parigi. Facile preda di un ricco proprietario della zona, Rodolphe Boulanger, brutale dongiovanni che, dopo averla sfruttata, l’abbandona con una lettera, Emma rincontra Leon, stavolta a Parigi, essendovi andata per assistere a uno spettacolo dell’Opera, col marito. Ma anche la relazione stavolta passionale e carnale con Leon, consumata a Rouen all’insaputa del marito, sarà destinata a naufragare… Abbandonata e delusa, Emma conduce una vita assurda e dispendiosa, indebitandosi con l’usura e dilapidando il patrimonio familiare. Inutile cercare aiuto dagli ex amanti, entrambi indifferenti alla sua rovina che irrimediabilmente la travolge portandola al suicidio, visto come arma di salvezza dal disonore e dalla solitudine di una vita priva di significato. Sconvolto, anche Charles si lascerà morire, trascurando lavoro e figlia.
Il libro è stato il primo caso di censura, da parte dell’autorità pubblica, di un’opera letteraria. Accusato dalla procura di stato nel gennaio 1857, per “offesa alla morale pubblica e alla morale religiosa”, Flaubert fu comunque assolto e il romanzo pubblicato in volume, compresi i passi censurati dalla “Revue de Paris” su cui era inizialmente uscito. Flaubert si distingue per la descrizione attenta e spietata della realtà, per aver narrato le vicende con distacco e stile asciutto, senza formulare giudizi di sorta.
Constance, moglie di Sir Clifford, tornato invalido dalla guerra, è ugualmente prigioniera di un mondo da cui prende a poco a poco le distanze. Legata all’inizio platonicamente al marito, disposto ad accettare l’eventuale nascita di un figlio da un altro uomo, pur di poterlo allevare personalmente, Connie si ritrova a considerare soffocante il rapporto, divenendo l’amante di un amico del consorte, relazione destinata ugualmente a finire, e demandando le cure di Clifford ad una vedova che finirà per allontanarlo dalle sue aspirazioni artistiche, avvicinandolo al mondo del proletariato, ai lavoratori della miniera.
Più forte e più fortunata di Emma, Connie trova se stessa quando scopre, nelle sue solitarie passeggiate, il parco e il bosco, vissuti in termini di fuga e rifugio. Qui s’immerge nella vita primitiva, assistendo al ciclo degli elementi naturali, al prolificare della vita animale, portando lentamente in superficie la sua femminilità repressa. La resurrezione, il ritorno alla vita, si attuano nella consumazione del rapporto sessuale col guardiacaccia Mellors, che la libererà dalla schiavitù di Sir Cifford, incapace di comprendere un mondo diverso dal suo. Emblematica la passeggiata in carrozzina di Clifford accompagnato dalla moglie: soltanto l’aiuto di Mellors, della sua forza fisica, sarà in grado di sbloccare e rimettere in moto il capriccioso imprevedibile trabiccolo meccanico. Mellors e Connie si incontrano alla capanna nel bosco dove lui alleva fagiani, fino al giorno in cui lei parte con la sorella per Venezia, dove si scoprirà incinta e verrà a conoscenza da lettere del marito del ritorno della moglie del suo amante, che essendo da lui scacciata da casa, inizierà a spargere voci circa la sua relazione con lady Chatterley. Mellors, col suo dialetto che usa deliberatamente come arma difensiva per accentuare il dislivello di classe con la sua amante e anche come strumento di iniziazione di lei alla realtà sessuale, compresa la liquidazione dei tabù, (notevole è nel romanzo la varietà di registri del linguaggio) è il selvaggio, il primitivo, che insieme a Connie, nella pienezza dell’atto sessuale, supera e ricompone la propria identità divisa. Rinasceranno entrambi, nonostante il rifiuto da parte di Clifford di concedere il divorzio, e la conseguente cacciata di Mellors dalla tenuta.  La critica fu asprissima anche nei confronti di Lawrence, che fu tacciato di essere “maniaco sessuale”  e il romanzo venne definito “vergognoso” e “pietra del male” dalla stampa inglese. Murry e la Woolf e la cerchia di Bloomsbury considerarono freddamente Lawrence. Le case editrici che pubblicarono  edizioni integrali del romanzo subirono processi per oscenità da cui vennero poi assolte.

I ritratti di Emma e Connie restano comunque indimenticabili ed emblematici per i lettori e le lettrici di ogni tempo.

 

Un altro anno se ne va…

dicembre 27, 2017 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

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Si usa sempre dire: “Meno male, quest’anno ormai è finito,  non vedo l’ora che se ne vada, il prossimo sarà migliore!”
Che gran cavolata! Cosa ne sappiamo di quello che sarà? Perchè scervellarci in previsioni future, lasciando fuggire l’attimo presente (“l’attimo fuggente”, per citare uno splendido film). “La vita è adesso” dice un testo meraviglioso di Claudio Baglioni.
Dunque, non perdiamoci in immaginazioni future, ma nemmeno rivanghiamo o recriminiamo il passato.
Nessuno di noi sa perchè si trova qui, nessuno ci ha chiesto il permesso, pensandoci bene. Ci siamo finiti per caso? Destino? Disegno divino? Un incrocio di cromosomi, più semplicemente? Qualunque sia il motivo, ormai ci siamo e sarebbe saggio darci una mano ad affrontare la vita, invece di farci la guerra ogni giorno per un milione di motivi… dai più idioti ai più gravi.
Per chi non lo conoscesse, consiglio di leggere il “Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere” dalle Operette Morali di Giacomo Leopardi.
Egli afferma, in sintesi, che nessuno vorrebbe rivivere le esperienze passate, con tutto quel che di negativo e piacevole ciò comportasse. Il che significa che il caso ha trattato tutti più male che bene e ognuno pensa (s’illude, dico io) che “coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattare bene voi e me e tutti gli altri…” Questo risponde il passeggere alle domande del venditore d’almanacchi.
Mi permetto di dissentire dal grande Giacomo e dal suo pessimismo: il 2017 è stato per me un anno importante e non rinnego nulla di quel che mi ha dato, nel bene e nel male.
Nel periodo primavera estate ho fatto tante belle esperienze, conosciuto persone speciali, presentato libri, letto poesie, cantato, sono stata attiva, vivace e a tratti perfino felice. Non potevo chiedere di più.
Da settembre in poi ho dovuto affrontare dure prove, lo riconosco, ma la vita è un percorso a ostacoli, e non si possono evitare, anche se ne avremmo voglia, magari scartando di lato come un cavallo imbizzarrito.
Il 2017 mi ha aiutato a scoprirmi, nelle mie fragilità ma anche nella mia forza, cosa non da poco.
Proposito per il nuovo anno? Mostrarmi per quel che sono, senza maschere o ipocrisie, nei rapporti col prossimo dire sempre quel che penso, con cortesia ma anche fermezza, senza tema di ferire o dispiacere chichessia, senza timore di essere giudicata o derisa o altro, rispettando l’altrui libertà d’oipinione come ho sempre fatto, ma facendo valere anche la mia, liberandomi dal peso di tabù e rimozioni, mettendoci pienamente la faccia. Perché, come dico in una poesia, la margherita è un fiorellino poco appariscente, ma resistente… e il 2017 me lo ha confermato.