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Stanca

luglio 20, 2018 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

 

IMG_20180424_080344Esercizio di scrittura veloce fatta manualmente, esercizio per chi sa ancora usare la penna, esercizio matto delirante entusiasmante liberatorio, eseguito senza sollevare la penna dal foglio, senza interruzioni di sorta.

Stanca

Sono stanca di me di te di noi di voi di loro di egli di ella che non si usano più, cucù corococò, tre civette sul comò a fare il filo alla figlia del dottore che stava lì, la scema, a contare le ore, sissignore, stanca sono di tutto il mondo, dal Perù a Singapore, a Camaiore, al Battello a vapore che va su e giù nel Missipipì, fanne un barile al giovedì che c’è la congiunzione planetaria universitaria tra Urano e Marte, se la giocano a carte, tresette e scala reale, l’omino nero e la dama bianca che alza la sottana e sotto ha i calzerotti a strisce rosse di lana, stanca sono di essere carina, se ti risento dire che sono dolcina ti faccio pelo e contropelo, ho umore nero, è permesso? Se non lo è fa lo stesso, non esiste il nesso tra il dire e il fare e c’è di mezzo davvero il mare, poi vorrei sapere perché di ogni cosa ci si chiede il perché… ogni tanto ‘sti scienziati vengon fuori con le biglie a colori, han pure la presunzione di essere ammirati, ti fanno scoperte che… nemmeno i frati quando sono ciuccati dai liquorini che tengono nascosti nei comodini… tipo, scoprono che andare in riva al mare risolleva l’umore, fa bene al cervello, non lo fa saltare, oppure che anche gli animali hanno un’anima, bella come tu’ sorella, o che tutti proveniamo da una stella, me li cuocerei in padella questi spara-paroloni, che non sono nemmeno buoni, preferisco cacio e maccheroni, una bella montagna, come nel Paese di Cuccagna, e non parlatemi della prova costume, mettetevi una foglia legata con la fune, che tanto al mare mica guardano voi, stan tutti lì col naso appiccicato al cellulare e, se non c’è la rete wifi, in spiaggia non ci vai! Ma come fai, se face book, instagram, telegram, criptogram, cretinottigram non ce l’hai? Ahi, ahi, ahi! Sei fuori dal mondo, in fronte hai scritto Giocondo! Non sei mai stato taggato? Nemmeno un pochino hackerizzato? Disgraziato! Sei proprio uno sfigato! Non hai mai aggiornato il tuo profilo fb? Ma fermati qui! Non ti credo, dai! Un profilo di merda già ce l’hai, con quel naso che, permettimi, sarebbe bene ritoccare… se vuoi mi do da fare, la cugina della sora Pina conosce un chirurgo di quelli che… neanche le dive della tivù! In due mosse te lo tira su! Non t’interessa? Preferisci al naturale…. neppure le labbra a canotto vuoi farti fare? Ma tu stai male! Le rughe sono la tua forza? Ami i tuoi occhi con la borsa? Senza offesa ma… pare quella della spesa!
Sono stanca ma non arresa, ogni volta che sono appesa a un filo, o meglio, che cammino sul filo del rasoio – e ormai nel mondo s’è esaurito anche il petrolio e non san più cosa fare – ti parrà irreale ma accade sempre qualcosa: scorgo il merlo che canta delicato su un cancello tra rami di rosa, la mia gatta matta in posa da sfinge mi fa l’occhiolino, il sacchetto di lavanda allaga di profumo il comodino, qualcuno – forse un bambino – ha lasciato qualcosa sul muretto a me caro – mi fermo quasi senza respirare e resto lì a fissare una farfalla di carta che allarga le ali screziate di turchese, un angelo me l’ha fatta trovare , non so se piangere o cantare, in risposta alla mia richiesta di ieri quando mi disperavo, in preda ai più cupi pensieri.
I miracoli accadono, altroché, e solo una testarda come me ci deve sempre battere di naso, peggio di Tommaso. Non è mai un caso quello che succede, la vita ha mille pieghe, puoi fartici una tana e infilartici sotto o scatenare un quarantotto, fuoco e fiamme con il botto, urlare “Basta!” poi deciderti a buttare giù la pasta – intanto che l’acqua bolle, invece di startene accasciata sul divano, che manco ce l’hai, prendi la penna in mano e butti fuori le sconfitte con gli allori, fiori e cavolfiori, sale e pepe, rotoloni di notti inquiete, sprazzi di cielo, il passero sul melo, il disgelo dei ghiacci, i sogni pazzi, il cuore di sole sul cuscino, l’acqua con il vino, la perla d’una lacrima sul viso, l’improvviso aprirsi d’un sorriso.

La Preda

maggio 15, 2018 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

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Anni fa, ero al “Vicolo Intherno”, un piccolo locale della nostra città, La Spezia, frequentavo da poco un corso di scrittura, ero entrata in un magico mondo a cui appartenevo da sempre senza che me ne fossi resa conto prima.

Avevamo ascoltato una registrazione in cui si leggevano brani del poeta Giorgio Caproni, tutti affascinanti, ma uno in particolare mi aveva colpito. Parlava di un conte e della caccia a un essere strano… Il tema proposto dall’insegnante in quella serata era appunto ” La preda”.
Dalla mia penna uscì questo:

La preda.

Aveva inseguito la preda tutto il giorno e ancora adesso, calato il buio, continuava a cercare di braccarla, avanzando in mezzo all’erba così alta che bisognava aiutarsi con le mani per scansarla. Doveva annusare, fiutare, snidare, calcare coi piedi le orme lasciate dai piedi…i suoi non li sentiva più, come volasse ormai. Correva, il fiato ansimante dietro quell’altro… Sapeva che c’era da qualche parte, vicino o distante.
L’ebbrezza del sangue l’aveva eccitato, in mano il pugnale: l’avrebbe imbevuto, l’avrebbe macchiato! Aveva ormai perso coscienza del tempo, dell’ora, tremava persino, ma non di paura: già pregustava il momento – sarebbe infine arrivato – in cui a perdifiato avrebbe immerso il pugnale in qualcosa… e giù senza posa. Ancora filava, ansava, sfiatava… e l’Essere anch’esso, ne sentiva il respiro nell’aria intorno a sé, finché gli parve girasse in tondo e poi dietro, alle spalle. Restò interdetto: questo sì, era un dispetto!
Si mise a tirare fendenti a manca e a destra, col mal di testa, l’orrore, l’ardore che gli rimaneva. Credeva d’essere lì da una vita, in mezzo alla notte, nell’erba alta fino alla faccia, al freddo, alla fame, all’eterna sua caccia.
Danzare sembrava, una danza selvaggia: due passi indietro poi gira, tre di lato e vai giù, ti abbassi, ti acquatti. Perduto aveva berretto e casacca, sferzata la faccia da rami e da spini.
E tira un fendente e finisce il pugnale nell’aria, nel vuoto, ma dura poco. Infine la coglie la carne, sì, bene!  La lama sprofonda, s’affonda, beve quel sangue caldo, sì, beve!
Felice, l’ha presa la vita, alfin l’ha ferita!
E urla, poi canta, continua a gridare, ululando si dimena, gli manca la lena e s’abbatte in un lago di sangue: lo squarcio nel ventre, nel petto l’annega.
Ecco, l’ha presa la preda! L’ha presa!

Dovremmo farli incontrare

maggio 12, 2018 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

 

 

 

 

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<< Dovremmo farli incontrare>>, edito da Helicon 2008,  è il mio primo romanzo, una piccola storia che ha come protagonisti due ragazzini intraprendenti e due adulti bisognosi di aiuto… Un romanzo semplice, una storia d’amore pulita, che rasenta l’ingenuo, ma amo particolarmente perché piaceva tanto a mamma (la mia lettrice numero uno),  diceva che a leggerla le pareva di trovarsi anche lei in montagna, a respirare aria pura. Quella fu, d’altra parte, la prima volta in cui mi uscirono dalla penna dei personaggi veri e propri con cui confrontarmi e scoprii presto che – come afferma Pirandello – io li avevo generati, ma loro già vivevano di vita propria.

Nella nota introduttiva al libro scrissi così:
La genesi di questa storia risale al periodo del mio primo approccio con la scrittura. Ricordo un’estate torrida e un quadernone verde a righe che portavo sempre con me, sulle cui pagine andavano componendosi scene e materializzandosi personaggi la cui esistenza, fino a poco prima, avevo ignorato, ma che ora chiedeva prepotentemente di essere riconosciuta.
Ricordo lo stupore con cui contemplavo quel mondo immaginario sgusciato su carta davanti ai miei occhi; ricordo la passione che presto mi catturò, spingendomi ad assecondare il gioco della mente, a montare e smontare cene, a soffermarmi sulla cura dei dettagli, a porre attenzione allo sviluppo di emozioni e sentimenti, a creare situazioni di incontro-scontro consone a quelle tiranniche creature saltate fuori da chissà quali meandri, per riempirmi di divertita meraviglia.
Se è vero che – come l’etimologia insegna – il testo è un tessuto di parole, il filo di queste andava tracciando sul foglio l’abbozzo di un disegno, l’inizio di qualcosa…. Proprio così scrissi nell’intestazione sulla prima pagina :<<Inizio di qualcosa…>>. 
Ricordo che non stetti a chiedermi quanto tempo ci sarebbe voluto per realizzare la “cosa”, né dove essa mi avrebbe condotta. Mi misi semplicemnete a seguire quel magico filo (identico a quello di Arianna…)

Cattiva!

aprile 05, 2018 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

All’incontro settimanale dell’Officina, stasera, le partecipanti sono state invitate a scrivere sul tema : “Cattiva! Sei una bambina cattiva!” Come sempre sono venuti fuori brani interessanti, spunti per approfondimenti ulteriori, da cui possono nascere racconti o poesie.
Non ho resistito, ho scritto anch’io, “a tempo”, ovvero velocissimamente, senza staccare la penna dal foglio, senza fermarmi a pensare, cancellare, modificare, ecc. Ecco il risultato:

“Cattiva! Sei una bambina cattiva, brutta gallina, faccia di culo, ti sbatterei la testa sul muro,  cattiva disubbidiente, voglia di far niente, distratta, guarda che ti meno, ti strappo i capelli, sono brutti i bambini ribelli, che ti credi di poter fare il comodo tuo, di fare la matta, i capricci, le bizze, con me non attacca, ti spacco la schiena, te la faccio venire io la lena, altro che testa piena di sogni, in riga devi stare se non vuoi farti malmenare, fai quello che dico io, ti vesti come dico io, studi come dico io, mangi come dico io, e se non l’hai ancora capito lo capirai, o saranno guai! Zitta devi stare, neppure fiatare, le brave bambine obbediscono, le gonne non le tirano sopra i ginocchi, non ridono sguaiate, non escono senza fare i compiti, non sbuffano, non frignano. Perfino la panettiera mi ha detto che sei strana, l’altro giorno, fammi vedere qua, non porti nemmeno la sottana! Le mutande ce le hai, almeno? Non scappare, fai vedere, fa’ vedere alla mammina! Sgualdrina, se ti riscopro che ancheggi ti gonfio, cattiva, sei una cattiva bambina!
Cattiva, sei una bambina cattiva, bislacca, baldracca, linguaccia che fai quel che vuoi, sono sempre cavoli tuoi, porti a spasso i buoi, incidi castelli di rabbia, riempi il cuore di sabbia, non puoi restare sempre in gabbia e te ne sbatti i coglioni dei bei paroloni, delle promesse sempre le stesse, la lancia la punti alle stelle tue lontane sorelle, nel cuore la devi ficcare a chi ti fa male, brucia il sale delle ferite, la vite è seccata, il mondo è una zozza frittata scotta, ricotta andata a male, rinuncia a salire le scale se non ce la fai, prendi il tramvai, montaci e vai, non pensare che non ce la fai, non darti la zappa sui piedi, corri e poi siedi a riprendere fiato, guarda puoi persino mangiarti un gelato di fragole rosse, riempi le fosse di gigli, bianche colline fanno i conigli e non li pigli, non è vero che sono vili i conigli!”

Martin Eden

gennaio 25, 2018 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

Martin

 

Nel suo stile scabro e asciutto, scevro da fronzoli e raffinatezze, ma potente ed energico come la sua anima, London disegna la figura di Martin Eden, un suo drammatico e  immortale alter ego.  Personaggio indimenticabile, Martin è un rozzo marinaio che salva da un’aggressione  Arthur Morse e ne conosce la sorella Ruth, affascinante ragazza  borghese, piena dei pregiudizi della sua classe.  Ruth, il cui ideale di bellezza maschile  era sempre stato formato da grazia e finezza,  prova attrazione e ripulsa contemporaneamente verso quel giovane energico, quella sua forza fisica,  scopre in sé la voglia di posare le mani su quella nuca vigorosa…  Martin, dal canto suo, la vede come una dea, un essere superiore, e s’impegna a trasformarsi, a studiare, a leggere di tutto, disordinatamente, per elevarsi a livello di lei,  dimostrando facilità e velocità di apprendimento. Ruth, come scrive l’autore “era la prima volta che aveva un’anima fra le mani, e l’argilla di quell’anima era delicata da trattare, giacché lei immaginava di modellarla, e aveva buone intenzioni…. sentiva di avere dei diritti su di lui, ed egli eservitava su di lei un influsso tonico…” Presto matura in Martin il desiderio di diventare scrittore e si getta a produrre opere di ogni genere: poetico, comico, satirico, narrativo, giornalistico ecc… che vengono regolarmente respinte dagli editori.
Per potere continuare a scrivere e studiare s’indebita, trova lavoro in una lavanderia, vive miseramente, si riduce alla fame. La madre di Ruth, cui la ragazza confida l’attrazione per Martin, e così il padre, non approvano l’interesse della figlia verso il giovane, lo accusano di avere idee socialiste, di essere un buono a nulla, non era questo il futuro che avevano previsto per lei, tuttavia non temono il fidanzamento, certi che prima o poi la loro figlia si renderà conto dell’abisso incolmabile tra sé e il suo innamorato.  Ruth infatti, testimone degli insuccessi letterari di Martin, desiderosa solo di una unione stabile, gli suggerisce di trovarsi un lavoro nelle ferrovie, o nella ditta del padre, non comprende l’ansia di Martin, perché lui non demorda, perdendosi dietro un sogno di successo irrealizzabile. Si arriva alla rottura del fidanzamento, che getta Martin in una delusione profonda. Solo un poeta socialista, Russ Brissenden, conosciuto a casa Morse, incoraggia Martin a non arrendersi. Il successo arriva infatti, insperato e travolgente: le opere di Martin sono accettate finalmente e pagate e pubblicate.
Ma qualcosa si è spezzato nel suo cuore: lui non riconosce più legami né con la sua classe di appartenenza (non gli danno più piacere le risse, le bevute con gli amici, le conquiste amorose), né con quel mondo vacuo e ipocrita che aveva conosciuto frequentando Ruth e in cui mai si era inserito. Il denaro, la montagna di dollari guadagnati, la fama, gli inviti a pranzo da parte della borghesia che fino ad allora lo aveva guardato con disprezzo, neppure Ruth stessa che lo raggiunge al suo albergo una sera, dichiarandosi pentita e offrendoglisi… nulla può ridargli la primitiva semplicità e innocenza e gioia di vivere. Disgustato, s’imbarca alla volta dei mari del Sud, ma sulla nave, sopraffatto dal suo disinteresse per il mondo e gli esseri umani, pone fine alla sua vita lasciandosi scivolare in mare.
Fortemente autobiografico, il romanzo ripercorre le tappe dello scrittore London, la sua fatica a farsi accettare e pubblicare dall’editoria, gli anni di miseria, poi i grandi successi, la fama, la fine misteriosa… a soli quarant’anni.
London ha la medesima forza fisica, energia ed entusiasmo di Martin, la voglia di avventura (si pensi alla miniera di esperienze accumulate, al suo vagabondaggio per tutta l’America, fino a spingersi nel Klondike fra i cercatori d’oro, alla corrispondenza di guerra, all’acquisto dello Snark, lo yacht con cui avrebbe voluto fare il giro del mondo e che non resse alla furia del mare). Come Martin, London sembra non voler fare altro in tutta la vita che tentare di minare l’eccezionale fisico donatogli da madre natura, senza risparmiare la fatica, dandosi a tutti gli eccessi, dilapidando il denaro guadagnato, unica sua compagna fedele: la bottiglia.
Romanzo autocelebrativo e autodistruttivo nello stesso tempo, forse meno conosciuto dei celeberrimi “Zanna Bianca” e “Il richiamo della foresta”, Martin Eden avvince dalla prima all’ultima pagina e merita di essere letto attentamente anche dalle nuove generazioni come testimonianza di vita vera, insieme a tutta una serie di affascinanti racconti anch’essi poco noti.