Welcome to BioSphere
image border bottom

Ci sono giorni…

febbraio 13, 2019 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

 

calendario scolastico 2018 2019-2

Ci sono giorni in cui mi sento sola dentro
giorni di fuoco e di tormento
giorni di risa e ascensore per le stelle
giorni zuppi di pioggia a catinelle
giorni che ho voglia di andare al mare
sopra uno scoglio starlo ad ascoltare
giorni da partire col mio quadernetto
tenerlo al petto stretto
raggiungere il posto delle more
poi scriverci, gettarci sopra il cuore
giorni da vagare senza meta
giorni di saggezza da profeta
giorni da cullare la tristezza
giorni da donare tenerezza
giorni da piatti in faccia e uova al dente
giorni da vivermi il presente
giorni da perdermi nel bosco
seguire nuove vie che non conosco
giorni da impastare con le mani
giorni da invertire tutti i piani
giorni da spalmarsi con lo strutto
giorni da mischiare il bello e il brutto
giorni da camminare a piedi nudi
sulla madre terra, i deserti e le paludi
giorni stanchi, sofferenti
giorni di chiaroscuri e di sorgenti
giorni da truccare la mia faccia
giorni di tempeste e di bonaccia.

Compagne di corso

gennaio 13, 2019 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  4 Comments

 

 

IMG_20181122_171511IMG_20181206_182625

Due parole su “L’Officina dello scrivere ad alta voce”, il corso di lettura e scrittura fortemente voluto e creato da me e dalla mia collega Rosanna Ianni cinque anni fa. Sono già così tanti, e ci sembra ieri… Ebbene, in questo frattempo posso dire che siamo cresciute, abbiamo sofferto e gioito insieme, superato ostacoli, messo in moto energia positiva, inoltre ci siamo arricchite quest’anno di tre nuove splendide presenze femminili. All’Officina si produce con impegno, siamo un gruppo di donne appassionate, una squadra che opera in sinergia, che non ha paura di mettersi in gioco – e questo è fondamentale nello scrivere: non barare, perché anche il lettore più sprovveduto si accorgerà della falsità o banalità delle cose dette…
Il fatto che siamo tutte donne induce a riflettere… poche e sporadiche le presenze maschili, volatilizzate; non voglio commentare, sappiate  comunque che ciò non ci distoglie dall’andare avanti con entusiasmo e meraviglia. Sì, è importante continuare a meravigliarci, a conservare quello spirito “bambino”, sorgivo, che si perde per strada lungo il cammino della vita, ma si può recuperare, purché lo si voglia. La capacità di fermarsi ad ammirare un fiorellino spuntato fra rocce, seguire il volo di un insetto, dare un nome alle nuvole… cose del genere. Qualcuno potrebbe obiettare “Cosa da pazzi! A che servono?”. A nulla materialmente parlando, a mantenere la mente e il cuore giovani, rispondo io. Perché l’arte non è sapere, ma stupore.
Scrivere, mettere in moto i muscoli della mano e del cervello, leggere ad alta voce quello che si è scritto (oltre a testi di grandi scrittori classici e contemporanei, naturalmente), condividere le proprie idee, scambiare opinioni, ascoltare la voce degli altri e la propria, tutto questo è un viaggio alla scoperta di sé, del prossimo e del mondo tutto. Una meravigliosa avventura. Si dice di solito che quello dello scrittore è un mestiere per solitari, ma -a mio parere – l’atto del condividere una passione, riunirsi intorno ad un tavolo, fare scorrere le penne sul foglio tutte insieme, in religioso silenzio (si discuterà in seguito), è qualcosa di sacro, di “numinoso”.
Ringrazio, quindi, anche a nome di Rosanna, tutte le partecipanti al corso, che con la loro presenza e collaborazione rendono gli incontri settimanali sempre unici ed emozionanti. Si entra affaticate e magari deluse da esperienze quotidiane… si esce ogni volta con l’animo risollevato e il cuore più sereno… Diciamo grazie alle nostre “ragazze”, quindi: dalla più grande alla più giovane, incredibili, magnifiche ed insostituibili.

L’Officina dello Scrivere ad Alta Voce ritorna

settembre 22, 2018 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  2 Comments

 

libri-fondamentaliLibro-autunno

Siamo al consueto appuntamento autunnale: l’Officina dello Scrivere ad Alta Voce riapre le porte.

E siamo già al quinto anno! Mi sembra ieri quando la mia amica Rosanna Ianni ed io ci siamo incontrate in un locale del centro qui, alla Spezia. Non ci vedevamo da un po’, venivamo da esperienze diverse, ma avevamo entrambe frequentato anni prima un laboratorio di scrittura che – tra alti e bassi – ci aveva molto coinvolte, morivamo di nostalgia e ci siamo dette, guardandoci negli occhi: “Perché non crearlo noi un corso?” Così abbiamo riunito delle compagne appassionate di scrittura, altre nuove ne abbiamo coinvolte ed è nato questo progetto a cui entrambe teniamo moltissimo.
Il nome “Officina” significa che è una fucina, un crogiuolo di idee, che si mettono in comune e vengono poi elaborate in modo personale da ogni partecipante, nonché discusse da tutto il gruppo. All’Officina naturalmente si scrive, si fanno esercizi estemporanei, ne vengono assegnati altri da eseguire a casa e portare al prossimo incontro. Ma all’Officina si legge anche molto (non si può scrivere senza avere letto, dai classici ai contemporanei, ecc.) e si legge ad alta voce, per migliorare la propria capacità espressiva.
Premesso che non è per nulla semplice coordinare un guppo, accoglierne le dinamiche, cercare di mantenere un giusto distacco dalle vite delle persone presenti, che spesso ci coinvolgono nel profondo, man mano che si approfondisce la conoscenza di ciascun allievo, fare da moderatori ai conflitti che possono verificarsi… posso dire comunque, parlando anche a nome della mia collega, che quest’esperienza è stata e spero continuerà ad essere arricchente per tutti noi: l’ora e mezza d’incontro settimanale non lascia indifferenti, quando ci si saluta uscendo dall’aula della Mediateca Regionale Ligure, dove ci riuniamo ogni giovedì,  abbiamo dentro un’energia, un calore, una passione e desiderio di approfondire le tematiche trattate, magari provare a scriverci su, che ci fa bene all’anima.
Personalmente ritengo che la lettura, la scrittura, ma qualsiasi forma artistica, abbiano funzione terapeutica insostituibile.
Siamo soddisfatte e fiere delle nostre allieve, che hanno già ottenuto riconoscimenti a vari concorsi (quelle che ancora non li hanno ricevuti sono coloro che non hanno ancora osato inviare le loro opere…), anche questo rappresenta un incentivo per continuare in un’impresa, che portiamo avanti con passione e serietà. I corsi di scrittura, si sa, sono ormai innumerevoli e la scelta è molto vasta. Tra di essi s’inserisce anche la nostra piccola realtà, che amiamo e coltiviamo con determinazione,  perché crediamo fermamente nella sua “bellezza”.

 

 

Il teatro come comunità

settembre 14, 2018 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

 

IMG_20180914_073558

A Sarzana, nell’ambito del Festival della Mente 2018, nella giornata di domenica 2 settembre, ho assistito all’incontro con Matteo Nucci, che ci ha parlato del teatro greco, in modo essenziale ed entusiasmante. Un incontro che non volevo perdere, avendo io fatto studi classici ed essendo affascinata da quel mondo.
Nucci ha posto l’accento innanzitutto sul fatto che il teatro per i Greci costituiva una esperienza estetica d’importanza fondamentale; venivano rappresentate tre tragedie e un dramma satiresco. L’attore protagonista introduceva i temi, il prologo, il contesto, poi entrava in scena il Coro, elemento importantissimo, composto da 15 coreuti, che entravano dal corridoio laterale – Parodo -, da sinistra, e andavano a posizionarsi nella Orchestra, chiamata così dal verbo greco “orcheomai”, che significa “danzare”,  perché mimavano passi di danza. Della musica antica possiamo solo immaginare quello che suscitava e come vibravano quelle sonorità; di certo era musica “ipnotica”, trasportava gli spettatori in un’altra dimensione (un quartetto di quattro musicisti locali e una splendida voce femminile solista hanno accompagnato Nucci nella sua esposizione).
Tutti conosciamo (e se qualcuno non ne fosse al corrente vi invito a leggere “La nascita della tragedia dallo spirito della musica”) la famosa distinzione fatta dal filosofo Nietzsche tra “apollineo” e “dionisiaco”, i due poli opposti ma entrambi essenziali su cui si basa la mentalità greca: entro ognuno di noi vibra l’animalità, noi siamo animali dotati di “logos”, capacità di linguaggio. Ecco, nella tragedia gli spettatori facevano esperienza trascendente: andavano oltre il  “principium individuationis”, sentendosi parte di un tutto unico.
“I Persiani” di Eschilo sono la tragedia più antica fra quelle tramandateci. Racconta non fatti del mito, ma avvenimenti storici che tutti gli Ateniesi conoscevano: nel 480 a.C. i Persiani tentano l’invasione della Grecia e vengono respinti a Salamina. Nucci ha osservato che ci colpisce soprattutto come viene messa in scena la tragedia. In greco antico, la parola schenè significa “tenda”, si trattava infatti di una tenda piazzata dietro il coro, dove gli attori si cambiavano… poi venne dipinta e passò a fare scenografia. Ma all’inizio era proprio una tenda, nei Persiani una tenda lussuosa, piena di ori. La scena era a Susa e vi compariva Atossa, madre di Serse, che voleva sapere cosa succedeva all’esercito persiano. La grandezza di Eschilo è avere descritto il tutto dal punto di vista dei Persiani, dei vinti (non dei vincitori). Il dolore provato dai Persiani per la sconfitta, per i morti, ecc. è quello di tutti gli esseri umani che peccano di “ubris”, ovvero di tracotanza, per aver superato il limite, ignorando la legge. Alla ubris segue inesorabilmente il dolore – questo canta il Coro, composto da anziani: il dolore di un popolo intero.
La parola teatro deriva dal verbo greco che significa “osservare”: teatro non era solo la struttura materiale in cui si andava ad assistere allo spettacolo, ma la comunità di coloro – gli spettatori – che facevano esperienza estetica e conoscitiva dei fatti narrati.
L’idea del “vedere” è connessa, nella Grecia, con quella di “sapere”. Il verbo “oida”, che è l’aoristo di “orao”, significa infatti “so”, in quanto “ho visto”. Per gli antichi la conoscenza seguiva un atto di visione (Ulisse conosce molto, perché molto ha visto). La tragedia in cui si parla di questo è, senza dubbio, “Edipo re” di Sofocle. Edipo entra in scena con occhi luminosi, crede di sapere tutto, in realtà non sa niente, e alla fine se li strapperà quegli occhi inutili. Il cuore del dramma è quando Edipo incontra Tiresia, l’indovino cieco, colui che non la la vista, ma possiede la capacità di “prevedere”. Gli occhi fisici non servono a nulla infatti, se non si possiedono quelli della mente. Edipo è certo di conoscere, ma non conosce nulla, si rivela essere un “idiota”, parola non intesa nel significato che noi oggi le diamo, ma nel senso etimologico di “privato”. Idiota (notare che ha la radice “id”, sempre del verbo “vedere”) è colui che si occupa solo del suo privato, chi non sa guardare oltre il proprio naso, perché non gli interessa ciò che è pubblico, ma solo le proprie faccende. Ma uno che non va oltre se stesso finisce per perdere se stesso, arroccandosi nella difesa di ciò che ha, non capisce che perdere ciò che ci appartiene, ci fa guadagnare altro…
Dobbiamo perderci nella musica, sentire la nostra appartenenza ad una umanità superiore, sentire la nostra profonda animalità, allora entra in vigore la legge più duratura dell’antichità: la “xenia”. “Xenos” è lo straniero, ma anche l’ospite (xenofobia oggi, filoxenia per i Greci): Legge della xenia era ospitare il forestiero che arrivava senza cattive intenzioni, dare ospitalità a chi veniva da fuori (se poi questa non veniva ricambiata erano spietati…). Ulisse viene accolto dai Feaci, ad esempio. Quale tragedia parla di questo tema? “Medea” di Euripide.
Medea rappresenta l’amore selvaggio, l’eros che fa impazzire, compie una vendetta mostruosa: uccide la nuova moglie di Giasone, il padre di lei e i propri figli avuti con Giasone. Ma Medea chi è? Medea è “la straniera” per eccellenza, è “la barbara” (il significato etimologico del termine è “balbuziente” perché non conoscendo la lingua non parla greco, balbetta…) Proviene da una regione lontana, selvaggia: la Colchide, sul Mar Nero. Però lei ha accolto Giasone e gli Argonauti che cercavano il famoso “vello d’oro”, li ha accolti e aiutati, rinunciando a tutto, tradendo il padre e il suo popolo, fuggendo con lui… Ma, arrivata in Grecia, Medea non è ben accolta a Iolco, né a Corinto dove Giasone decide di spostarsi e unirsi alla figlia del re del posto. Non viene data ai figli di Giasone e Medea la cittadinanza, perché lei è la “straniera”, la “barbara”. La sua vendetta è selvaggia. Medea brucia d’amore e rancore, un rancore mostruoso che va oltre la propria umanità, l’appartenenza a quel che dovremmo essere, la nostra “animalità”.
Dopo Euripide, ultimo grande tragediografo,  prende il sopravvento il dialogo, il “socratismo”, non più la musica, si “discute”. Socrate è il primo “filosofo”: passava le giornate a parlare con chiunque incontrasse, metteva in discussione, metteva in “crisi”, parola che in greco significa “scelta”; il verbo “krino” significa scegliere, “diakrino” vuol dire “discernere”. Ma già gli eroi ed eroine protagonisti della tragedia si trovavano a scegliere; il destino degli esseri umani è soffrire: questo il messaggio. Siamo costretti a prendere delle decisioni, a non rimanere al bivio, a rischiare, pur sapendo che soffriremo.
Socrate invita alla discussione: siamo in disaccordo? Bene, discutiamone, alla fine si arriverà ad intenderci… comunque ad un punto d’incontro. Fuori dal teatro ci si incontrava, infatti,  e si discutevano i temi proposti, questo era magico, questo vale come esempio da imitare anche oggi, soprattutto nel mondo attuale: vedersi, discutere, conoscersi e superare le barriere dell’individualità, perdere il “principium individuationis”, per sentirci parte di un tutto immenso…

L’inconscio del libro

settembre 08, 2018 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

 

IMG_20180907_171457

Ieri pomeriggio ho avuto il piacere di ascoltare, anzi di godermi fino all’ultimo secondo, l’intervento di Massimo Recalcati, ospite al “Festival della Comunicazione” di Camogli.
Con la sua consueta capacità affabulatoria e il dono sommo della sintesi, Recalcati ci ha introdotti nel mondo della lettura: cosa accade nella nostra mente quando leggiamo un libro… e innanzitutto, come si può definire il libro?
Il libro è un CORPO: già ne “L’ora di lezione” Recalcati affermava che compito dell’insegnante dovrebbe essere quello di trasformare il libro in corpo, dargli carne e spessore vitale, renderlo un “corpo erotico” (sottotitolo di quell’opera è infatti:”Per un’erotica dell’insegnamento”). Il libro è un corpo vivo, non è un erbario impolverato di quelli che le maestre d’un tempo (e ha ricordato la propria) facevano comporre agli alunni, portandoli nei giardini a raccogliere le foglie cadute… Il libro è un corpo vivo, dotato di un suo volto, un profumo, un modo di camminare… Questo è il miracolo di una lezione, di un commento, di qualcuno che legge e trasforma il libro in “Corpo”.
Il libro è un MARE: il libro assomiglia al mare, perché come il mare chiede di essere aperto. Un libro chiuso è un controsenso. C’è gente che acquista libri per esibirli, esporli nella libreria, senza leggerli. Ma la libreria ha una voce, una vocina che dice, instancabile : “Leggimi, leggimi!”  I libri sono belli quando si disfano, da tanto che li abbiamo aperti, quando sono pieni di scotch. Come il mare, il libro ha una funzione de-segregativa, è l’anti-muro. Il muro recinta, segrega, discrimina, chiude. Il libro spacca il muro, lo destabilizza, lo crepa. La potenza del libro è sismica nei confronti di tutti i “muri”.
Il libro, la sua essenza, è essere un “mare di parole”. Più c’è ricchezza di linguaggio, più c’è apertura del libro, il mondo si dilata. Il libro, come mare, ha la proprietà di allargare i confini del mondo.
Il libro è un COLTELLO. Non è il burro sui cui s’incide il coltello della lettura, ma è il libro stesso che “taglia” noi. Il libro separa la nostra vita dal prima al poi. Pensiamoci: alcuni libri “tagliano” la nostra vita, rappresentano un incontro che modifica la nostra routine, ecco perché noi siamo anche i libri che leggiamo, i libri che abbiamo letto. La libreria disegna il nostro ritratto più intimo, i libri che conserviamo sono “fotografie”.
Cosa significa leggere un libro? Naturalmente, per leggere occorre conoscere l’alfabeto: quando i bambini apprendono l’alfabeto si aprono alla possibilità di aprire un libro. Andare a scuola è andare verso i libri. Ma il campo del linguaggio a cui tutti noi obbediamo (le regole della grammatica che strutturano il linguaggio, ecc.) non esaurisce il campo della lingua. Esiste una lingua che precede tutto questo. Lacan la definisce “lalingua” , che tutti noi portiamo nel nostro inconscio.
La parola che obbedisce alle leggi del linguaggio è un flusso che esce dalla bocca, mentre “lalingua” è il primo corpo di cui noi siamo fatti: nell’infanzia siamo colpiti, bombardati dalle parole di chi ci sta intorno, soprattutto la madre, dalla presenza, dal suono, dal timbro della voce della madre. “Lalingua” è un complesso singolarissimo fatto di memorie, odori, profumi, suoni, emozioni, affettività profonda… non scompare con l’accesso al linguaggio, ma si incide, come stampata, nell’inconscio, tutti ne portiamo la memoria, continua a vivere, è la brace sempre presente. “Lallazione” è quando il bambino non sa ancora articolare parole, ma emette suoni col corpo. Per cui, il linguaggio è universale, mentre la “lalangue” è personalissima, originalissima per ognuno di noi.
Quando io leggo, non sono io che “governo”, che leggo il libro, ma è il libro che “legge” me (così come è il quadro che mi “guarda”, la fotografia che mi “punge”, ecc.). Il libro scoperchia il campo vivo, la brace viva della lingua, mi fa riscoprire cose che avevo dimenticato. Chiaramente non con tutti i libri accade questo miracolo. I libri che non si dimenticano sono quelli che mi leggono, che “leggono” la mia vita, in quanto stampata dalla lingua dell’altro… Lo stesso avviene con la musica. Nella lettura della musica noi apriamo il nostro orecchio, ascoltiamo il flusso che raggiunge l’orecchio, quando la musica porta la pace in noi, ci rasserena, è perché ci “corrisponde”, e siamo “ascoltati” da lei.
Infine Recalcati ha citato i suoi due primi libri indimenticabili. “Il sergente della neve” di M. Rigoni Sterne, che narra la ritirata degli alpini dalla steppa russa, durante la seconda guerra mondiale. Lo lesse a 13 anni, senza conoscere bene lo sfondo storico, ma l’incipit gli si stampò nel cervello per sempre. Cosa poteva avere attratto un ragazzino, di questa narrazione? Certo la dimensione eroica della battaglia, della resistenza, ma c’era qualcosa di più: lui sentiva sulla pelle il gelo, la neve, il vento della steppa, e udiva quei passi, messi a fatica uno dietro l’altro, per tornare a casa (una casa lontana migliaia di km). Il fatto è che Recalcati da piccolo era stato battezzato e nello stesso tempo gli era stata impartita l’estrema unzione, in quanto nato prematuro e destinato alla morte. Aveva sperimentato il freddo polare dell’incubatrice, e l’allontanamento da casa. In fondo era stato un piccolo “sergente della neve”, per questo aveva potuto “essere letto” da quel libro. Il suo secondo libro indimenticabile sono i “Vangeli“. Ciò che lo attraeva di Gesù erano i miracoli: letteralmente innamorato dell’acqua che diventa vino, del cieco che riacquista la vista, le acque che si dividono o sostengono un corpo, la resurrezione di Lazzaro… Miracolo è quando l’impossibile diventa possibile, la morte si trasforma in vita, i pesci e i pani si moltiplicano… Il miracolo che sentiva, che quella lettura aveva fatto nascere in lui, era la sensazione di non essere destinato al ruolo che i genitori avevano stabilito per lui (probabilmente floricoltore), ma che ci fosse la possibilità del desiderio, come “moltiplicatore” di pani e di pesci. Il suo Gesù, in fondo, assomigliava molto al sergente della neve: la morte non era l’ultima parola sulla vita, si poteva resistere alla morte (come avevano resistito i soldati), reistere alla tentazione di adagiarsi nel sonno, sulla neve.