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Afrodite

giugno 14, 2020 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

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Come dice il suo nome, Afrodite nasce dalla spuma (afròs, in greco). Ma cosa è quella spuma? Mentre per Omero e Virgilio sarebbe figlia di Zeus e Dione, nella versione della Teogonia narrata da Esiodo nasce dalla spuma formata dal membro di Urano gettato in mare dal figlio Crono, dopo averlo evirato –  ( cruenta è la storia delle successioni dinastiche degli dei).
Da lì nasce lei, la divina, e viene trasportata dal vento Zefiro sulla spiaggia dell’isola di Citèra, poi a Cipro. Si capisce subito che sarà una incantatrice: i fiori sbocciano sotto i suoi piedi ai suoi primi passi, le vengono incontro per onorarla le Ore, le Cariti (le Grazie) … le offrono veste e cintura (il famoso “cinto” di Afrodite, fonte di tutte le grazie, i vezzi, i sospiri, le languide parole degli amanti, il cinto che perfino Hera si farà prestare per riportare a sé Zeus stesso, allontanandolo – almeno momentaneamente – dalle sue numerose “fiamme”) ), dal cielo scende un cocchio trainato da colombe per condurla sull’Olimpo (ma anche i passeri, e i  cigni si contenderanno l’onore di trasportarla nei suoi viaggi). Da subito Afrodite è “diversa”. Risplende. Arriva lei e il mondo si accende. La natura sboccia. Il mare freme. I venti la conducono.  Afrodite sarà inevitabilmente odiata da Athena ed Hera, anche per la famosa faccenda del “pomo della discordia”, avendola Paride preferita a loro due, come “la più bella”.  Afrodite vestita d’oro, definita appunto “aurea”, riempita di gioielli dal suo consorte Efèsto, Afrodite che è luce lei stessa, che non chiede amore, ma semplicemente lo  incarna.
Ma chi è Afrodite? Come si colloca tra le altre dee dell’Olimpo? Beh, è di sicuro una non omologata, non classificabile, non schedabile. Lei sta a parte, occupa una posizione tutta sua. Athena, Artemide, Hestia sono le tre dee vergini, le intoccabili; Hera e Demetra sono le dee madri; Ebe e Persefone sono le dee figlie. Afrodite non è niente di tutto ciò. Afrodite non riveste questi ruoli, Afrodite basta a se stessa. Sceglie da sé i suoi amanti, mortali o divini che siano (per citarne solo i più famosi: Adone, il bellissimo cacciatore ucciso da un cinghiale, il troiano Anchise da cui ebbe Enea, il marito Efèsto, lo zoppo deforme fabbro divino, e l’amante di sempre, il focoso Ares dio della guerra). Afrodite non li sceglie però per procreare, per divenire madre  a tutti gli effetti (i figli che da loro ha, saranno infatti cresciuti dai padri stessi), non li sceglie per “sistemarsi”. Afrodite ama per il piacere di amare. Desidera, sceglie, ama. Punto. Proprio per questo, forse, attrae, affascina in modo irresistibile.
Nel mondo moderno Afrodite è una donna che, appunto, sa bastare a se stessa, osa andare contro la “morale collettiva”, non è schiava del giudizio altrui, perché ben conscia del suo valore personale. Afrodite è innanzitutto una donna che si piace, si specchia e si piace, una donna che ha la forza di affrontare ogni giorno la vita: si piace non perché bellissima fisicamente, si piace anche con le rughe e i segni dell’età, anche quando ha le occhiaie fonde per una notte insonne, una notte di dolore, da cui sa comunque rialzarsi, lavare le tracce delle lacrime, sollevare la testa e riprendere la strada. La sua. Abbracciandola in pieno. Afrodite non è bella perché rifatta, lei è naturalmente “grazia” (grazia è molto più di bellezza: grazia ha a che vedere con l’armonia – nel mito una figlia sua e di Ares è, appunto, Armonia). Afrodite è una donna vera, autentica, sincera, una che non si nasconde, una che ha il coraggio delle proprie azioni. Fiera di sé.
Tutte possiamo essere Afrodite, quando siamo forti, consce del nostro valore, quando non ci lasciamo abbattere, quando risorgiamo, quando siamo creative (in ogni campo), quando facciamo ciò che ci fa stare bene, non quello che ci viene imposto, quando operiamo scelte personali, quando ci innamoriamo (non importa se di una persona, di una cosa o di un progetto, un’idea), quando vogliamo portare fino in fondo con entusiasmo e caparbia ciò che abbiamo iniziato … quando, insomma, crediamo in noi stesse. Questo ci fa essere Afrodite. Leviamo, dunque,  a lei questo inno:

Oh tu, nata da spuma
splendida come nessuna
dall’acque emersa su conca
a riva portata dall’onda
che sale scende sprofonda
spinta da Zefiro ardito
di Citèra sul lido fiorito
ai tuoi primi passi
perfino lucevano i sassi.

Oh tu, d’oro vestita
fresca alba di vita
cinta di tutte le grazie
i sorrisi i sospiri i languori
a cui soggiacciono i cuori.

Oh tu, profumo di rosa
d’ambrosia, di mirto
sul cocchio dai passeri spinto
osannata da tutto l’Olimpo

dona anche a noi l’ardimento
rinnova il fervore ch’è spento
il piacer di piacersi impariamo
donne allo specchio
l’armonia coltiviamo!

Athena

giugno 13, 2020 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

 

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Inizia oggi l’appuntamento con alcune figure femminili del mito, in relazione alla mia raccolta di poesie: Il mito al femminile”, edizioni Helicon 2016.
Cominciamo con Athena, la dea guerriera, nata dalla testa di Zeus: una insolita partenogenesi. Il signore dell’Olimpo, infatti, si era unito con Metis, La Prudenza, ma era venuto a sapere che, dopo avergli dato una figlia, Metis gli avrebbe scodellato un maschio destinato a detronizzarlo (cruenta sorte, comune alle precedenti generazioni olimpiche – lui stesso aveva detronizzato il padre Cronos). Perciò, conoscendo il potere di Metis di trasformarsi nei vari elementi, le chiese di divenire acqua e la ingoiò tranquillamente. Fine della storia, pensava. Ma aveva fatto male i conti, perché Metis prese posto nel suo capo (da lì continuò a dargli saggi consigli sempre, da lui seguiti o meno) e… inoltre era incinta. Un giorno, passeggiando bel bello nei pressi di un lago,  Zeus avvertì un forte mal di testa (il classico “cerchio alla testa”, per intenderci) ed era talmente insopportabile che chiese ad Efesto, il fabbro divino, di dargli un colpo d’ascia sulla fronte per risolvere la questione. Da lì, da quello squarcio, venne fuori Athena, armata di tutto punto (sua madre le aveva fornito l’armamento, sapendo di doverla proteggere): corazza, elmo, lancia, scudo… e invece di un vagito lanciò fuori un urlo di guerra potentissimo e danzò una danza selvaggia.
Athena, la dea della giustizia, della saggezza, della lealtà. La dea della guerra, ma non quella violenta di Ares, la guerra condotta con ordine e avvedutezza, quella che porta alla conquista delle città, ad esempio (Athena è protettrice della città che porta il suo nome, Atene). Athena ottiene il possesso dell’Attica vincendo in gara Poseidone, che per ottenerla aveva creato il cavallo, mentre lei aveva fatto il dono dell’olivo, simbolo di pace e prosperità, la pianta tipica di tutta l’area mediterranea  e a lei sacra (mentre il suo animale sacro è la civetta). Athena insegna agli uomini la navigazione, inventa l’aratro e insegna ad arare la terra, insegna ad usare la ruota per modellare i vasi, insegna alle donne a tessere, cucire, ricamare, e molto altro. Athena è protettrice delle arti, della letteratura, della filosofia. Athena è “tanta roba” insomma, ma soprattutto è “corazzata”. Noi la conosciamo così, in pittura scultura, immagini varie: tutta “chiusa”, tutta  trincerata, autoritaria e rigida, potente e tremenda.
Athena è detta anche Parthenos (Parthenone è il suo tempio sull’acropoli di Atene). Ovvero “vergine”, Athena fa parte delle dee vergini, insieme ad Artemide ed  Hestia. Athena, l’intoccabile, l’inguardabile. Sappiamo, da un inno omerico, che un giorno, mentre faceva il bagno ad una fonte, venne scorta per caso (e somma disgrazia ) dal giovane Tiresia, immediatamente accecato, anche se “risarcito” in qualche modo col dono dell’arte divinatoria – Tiresia divenne infatti il più famoso indovino (cieco) dell’antichità.
Trasposta nel mondo di oggi (cosa che ho inteso fare, scrivendo queste poesie), Athena è una donna appunto “corazzata”,  vista da fuori appare fredda, rigida, scostante, destinata a rimanere sola. Una donna che all’armamento fornitole da sua madre, già notevole, è andata aggiungendo, nel tempo, altre corazze, altri elmi, altri scudi, altri muri, altri paletti, altri blocchi. Bella chiusa, sigillata, schermata. Un lavoro sopraffine. Una donna che potremmo definire “tutta testa”, una che pensa e ripensa e finisce per usare troppo il cervello, una che non riesce a lasciarsi andare. Si detesta (a proposito di testa), oh sì, Athena a volte non si sopporta proprio! Lei, così forte, è una donna che non ha vergogna di piangere, che si lascia lavare dalle lacrime, è una donna che spesso non viene capita o comunque non si sente capita, perché una donna con la testa fa paura a chi vorrebbe manipolarla, non interessa a chi rimane in superficie, a chi considera troppo faticoso andare nel profondo per scoprirla davvero. Athena è decisamente una guerriera, una lottatrice che, nonostante le botte della vita, non si arrende. Athena lo sa, però, che la corazza che la protegge è anche la sua prigione, la gabbia che la racchiude, Athena vorrebbe gettarla via come un vecchio vestito logoro, sbarazzarsene, insieme allo scudo alla lancia all’elmo. Scendere in riva al mare e spogliarsi di quella “vecchia pelle”, come il serpente che si desquama, lasciare tutto lì, sulla riva, immergersi nell’acqua risanatrice e rinascere donna, femmina, amante, viva vera nuova.
Athena mi ha parlato e mi ha detto così:

Che ne sai quanto pesa la scorza
che mi stringe d’intorno le membra
quella che a te pare forza
è maschera ferrea calata
su morbide guance di fata.
Che ne sai della fredda armatura
d’una grata d’acciaio più dura.
Che ne sai dei sogni bambini
a una falce di luna impigliati
delle vesti femminee agognate
le notti di stelle perdute
le risate – ahimè – trattenute.
Che ne sai della voglia di esporre
il virgineo mio corpo ai lavacri
di fonte o sul mare
al fragore dell’onde
di donarlo ai sospiri
d’amante focoso
ricambiando con fremiti e baci
il suo sguardo peccaminoso.

Le mie donne mitiche

giugno 11, 2020 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  2 Comments

 

 

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La mia raccolta poetica “Il mito al femminile” risale al 2016, pubblicata dalla casa editrice Helicon di Poppi (Arezzo).

Amo tutte le mie “creature”, ma queste in particolare mi rispecchiano. Sono poesie nate parallelamente allo svolgersi del corso di scrittura e lettura “l’Officina dello scrivere ad alta voce”, che nell’autunno 2014 vide la luce qui, alla Spezia, da un’idea e una pronta collaborazione tra me e l’amica collega Rosa Anna Ianni. Il tema del corso di quell’anno era: “La donna in letteratura”, intendendosi donna come protagonista di storie incentrate su di lei, ma anche donna come autrice essa stessa, argomento vastissimo ed inesausto. Avevamo cominciato dai primordi, dalle figure femminili della Bibbia, passando via via attraverso il mito, il mondo greco latino ecc. A questo punto, mi erano venute a trovare (perché sempre così accade: non sono io a cercare i protagonisti, i “personaggi” dei miei scritti, o   come volete chiamarli, ma sono loro che si presentano a me e chiedono di essere ascoltati), mi erano venute a trovare, dicevo, le dee dell’Olimpo, ed anche alcune eroine del mondo epico, della tragedia greca, e perfino creature “mostruose” che mai personalmente avrei cercato…
Venivano a chiedermi, forse, giustizia. E una voce femminile che desse spazio alle loro voci. Un punto di vista differente da quello maschile, seppure immenso, che le aveva create. Non potevo che ascoltarle. E non me ne sono pentita.
Perché loro sono straordinariamente vere ed attuali, trasposte nel mondo contemporaneo, sono vive, soffrono e gioiscono e s’indignano, chiedono rispetto e attenzione, svelano verità nascoste, non si lasciano abbattere dalle delusioni né dagli abbandoni, sono donne che sanno risorgere e rinnovarsi ogni giorno. Non sono pupattole rifatte, naso bocca tette gonfiate.. o simili, la loro bellezza è naturale ed interiore, ognuna ha un’anima da espandere, una voce, un canto, una vibrazione, un suono da lanciare fuori. Non sopportano di essere imbavagliate, etichettate, schedate, omologate. Si offrono, si aprono, si denudano, si amano. Sono donne che, attraverso le prove della vita, hanno imparato ad accettarsi e, seppure faticosamente, ad amarsi.
Colgo l’occasione, essendomi stato proposto recentemente da Susanna Musetti, artista creativa ella stessa e fondatrice del Premio letterario “Città di Sarzana” a cui ho partecipato vari anni come concorrente e come giurata, di parlare di questo libro online, in attesa di questo gradito collegamento (il cui risultato è un’incognita, data la mia scarsa abilità tecnologica) colgo l’occasione appunto, per  riprendere alcune di queste figure femminili e dedicare loro, una alla volta, lo spazio che meritano su questa mia “rubrica” o “blog” o come vi pare chiamarlo. Comincerò con Athena, la cui poesia è stata apprezzata e scelta per essere inserita in numerose antologie. Lei, apparentemente così “fredda” e “corazzata” e “rigida”, credo si sia persino un poco stupita, forse avrà lanciato un urlo belluino… uno dei suoi.

A risentirci con Athena, quindi.

Fili di perle, fili di parole

giugno 04, 2020 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

 

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In genere su questo mio piccolo sito parlo di scrittura, narrativa e poesia, parlo del laboratorio di lettura e scrittura che tengo con la mia amica Rosanna Ianni, la nostra “Officina dello scrivere ad alta voce”, presento i miei libri, faccio recensioni di altri che amo…
Stavolta vorrei dire due parole su una donna creativa, un’artista nel suo campo. Personalmente non ho ancora avuto il piacere di conoscerla, ma non dispero di poterla un giorno incontrare.
Lei è Alessandra Mugnaini, orafa, cesellatrice, creatrice di meraviglie, ha il negozio in centro a Siena, vicino alla magica Piazza del Campo. A Siena sono stata un’unica volta: frequentavo il Liceo, ero in gita con la classe. Mi rivedo come fosse ora  scesa dal pulmann,  vomitare anche l’anima, mentre alcuni compagni dall’alto dei finestrini mi osservavano sghignazzando… Solite scene: la crudeltà dei ragazzi, la mia umiliazione per il fatto di essere d’impaccio all’autista, allo svolgimento della gita, a tutto il gruppo, oltre che per sentirmi sbeffeggiata invece che capita… Però la città mi era piaciuta molto (per quel poco che si riesce a vedere in viaggi simili). Se ci tornassi, tra le sue meraviglie passerei senz’altro a visitare il negozio di Alessandra, con le sue creazioni esposte in vetrina: orecchini, collane, monili di ogni tipo ma soprattutto originali, artigianato finissimo, frutto di pazienza certosina, unita ad un talento notevole.
La manualità m’incanta sempre, la capacità di modellare con le mani, dare vita tangibile alla propria interiorità, perché dentro di noi abbiamo tesori inestimabili da esplorare, di cui spesso nemmeno intuiamo l’esistenza. Un artista riesce a trarli fuori. In vario modo, in vari campi, e a stupire. Perché l’arte non è sapere, ma stupore (non ricordo chi l’ha detto, ma concordo in pieno).
Alessandra vive col marito in natura, abita in un luogo affascinante nella zona delle crete senesi, una specie di fattoria che accoglie i suoi amici animali: ha adottato nove cani salvandoli da brutte situazioni (è anche volontaria al canile), a cui si aggiungono una capretta e il suo amato cavallo. Questo è un altro punto a suo favore: ammiro chi riesce a compiere scelte non facili e decide di vivere fuori dagli schemi. Un altro ottimo motivo per andarla a trovare. Di lei possiedo un bellissimo ciondolo per collana formato da un cerchio a cui è avvinghiata la sagoma di un gatto, donatomi  in cambio di un mio cavallo disegnato ad acquerello, che le avevo inviato tramite Patrizia (che è stata il nostro “filo conduttore”).

Applausi ad Alesandra quindi, e… se passate da Siena, tenetela presente.

 

Alla lavagna!

maggio 28, 2020 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

 

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“Bertella, alla lavagna!”
Quarta o quinta elementare, non ricordo bene, ma insomma… giù di lì.
Risuonava imperiosa nell’aula la voce un po’ roca e di solito dolce della mia maestra, a cui volevo un bene sincero e disinteressato, ma in questi casi avrei desiderato trasformarmi in un topolino e scomparire alla vista dentro qualche buco sottoterra.
Perché non mi chiamava per interrogarmi, nossignori, sarei andata abbastanza serena, conscia di essermi preparata seriamente; era molto peggio: accadeva che, a volte, chiamata in presidenza per motivi molteplici, mi scegliesse (me, sempre me, accidenti!) per “vigilare” sulla classe in sua assenza, gettandomi in un imbarazzo devastante.
Mi consegnava un gessetto, raccomandando di segnare con quello sulla lavagna i nomi di chiunque, comportandosi da maleducato, disturbasse la quiete pubblica (citazione testuale).
Alzandomi dal banco sentivo le gambe tremare, avvicinandomi alla postazione di “vigilanza” era anche peggio… pur senza fissare nessuna di loro, (era una classe di  sole femmine, c’è da dirlo, a onor del vero) avvertivo addosso gli sguardi delle mie compagne, avrei potuto “pesarli” uno per uno. Avrei voluto trattenere la maestra, tirandola per un lembo del grembiule nero che indossava con umile eleganza e pregarla di non lasciarmi sola a dominare l’orda barbarica, dirle che si sbagliava riponendo su di me il carico di un compito superiore alle mie forze… Ma ogni volta, inesorabilmente, lei mi sorrideva con miti occhi celesti (era un angelo, anche nel nome), poi volgeva uno sguardo fermo in panoramica sulla classe intera (non volava una mosca) e, senza aggiungere altro, spariva oltre la porta, richiudendola alle sue spalle.
Rimanevo immobile, statuaria,  alle spalle avevo la lavagna e il gesso fra le dita; sentendomi cretina e inerme in massimo grado, fissavo un punto sul muro in fondo all’aula, dritto davanti a me, non osando porre lo suardo su nessuno… Per circa uno, due minuti non accadeva nulla, dopodiché al cenno di qualche “gladiatore” di turno si scatenava l’inferno.
Il peggiore “gladiatore” del branco era una bambina bene in carne, tracagnotta, con un caschetto di capelli biondi e lisci, rimasta a lungo nei miei incubi notturni.
Ricordo come fosse ora la volta in cui, una ventina di secondi dopo che la maestra era uscita, venendo avanti spavalda, si piazzò davanti a me a gambe divaricate e, fulminandomi con gli occhi a spillo nella faccia di luna piena, mi sussurrò satanica: “Se osi scrivere il mio nome, ti faccio un culo così!”, accompagnando la minaccia con un gesto ampio assai eloquente. Pure avvertendo il pericolo, nella mia abissale ingenuità credo di essermi chiesta in cosa consistesse nello specifico questa faccenda del culo… e restai come trasognata, rossa dalla vergogna di non riuscire a reagire, irritata contro me stessa per la mia inadeguatezza, a beccarmi successivi insulti e battute tipo : “Ti sistemo io, brutta stronza fetente, cocca della maestra!”
Dopodiché, voltasi alle fedeli del suo gruppo, che riuscivano a trascinare nella baraonda anche le meno scalmanate, scatenò l’ennesimo inferno… In quei frangenti succedeva di tutto, volava di tutto, schizzava di tutto… ogni tanto aprivo la bocca come a voler suggerire, pulcino pigolante :”Fate almeno un poco più piano, che sennò arriva il bidello!” ma dalle labbra non mi usciva suono.
Non so dire se avessero nella testa un campanello d’allarme, se sentissero gli ultrasuoni come i cani, ma inspiegabilmente l’orda si placava qualche manciata di secondi prima del rientro della maestra. “Sono state tutte brave? Non vedo nessun nome!”, mi chiedeva lei, meravigliata. Mi limitavo a un cenno di assenso, ansiosa di tornare al mio posto, anche se avrei voluto piangere. Non ricordo di avere mai segnato nessun nome , forse due o tre una volta, al culmine della disperazione, cancellati  però immediatamente. La tortura era finita.
Nel frattempo il gessetto si era sciolto fra le mani sudate.

Chissà perché mi è tornato alla mente tutto questo, ora che ho l’età della mia maestra all’epoca. Forse perché la vita è un cerchio e tutto torna. Una cosa la so, comunque: non credo che darei il gessetto in mano ad alcuno.