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Sola me ne vo…

gennaio 31, 2021 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

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Una vecchia canzone recitava: “Sola me ne vo per la città… ” No, non per la città, preferisco la collina, specie in questo periodo. Pochissima gente in giro, e certo vedere quei pochi che, anche se avessero la mascherina abbassata, prima di incrociarti la rialzano in fretta e passano dal lato opposto al tuo… è devastante.
Ma stamani c’è il sole ed ho bisogno di luce per ricaricare energia…e di tepore sulle spalle, perciò scelgo una strada che sale dietro casa, fino a congiungersi col percorso dei Colli.
In salita, ma me la faccio adagio, gustando ogni dettaglio del paesaggio, cercando messaggi nelle nuvole galleggianti in un cielo terso d’un turchese perfetto, parlando con gli alberi e le case che incontro, perché ci conosciamo noi, le nostre anime s’intersecano. Per come la vedo io, anche i sassi hanno un’anima , e ogni filo d’erba, una pigna caduta, il muschio che riveste un muretto…mi sanno parlare meglio di tanti umani. Mi fermo, a tratti, a scattare foto, alcuni mi guardano strano… ma non importa se mi prendono per una balenga… fuori dal coro… mica sono obbligata a starci dentro. Abbiamo perso l’attitudine alla lentezza, la saggezza della tartaruga. Siamo una specie di zombie in fuga da se stessi… maciniamo chilometri e vita senza via d’uscita.
Meglio una salita, la domenica mattina, su strade che percorrevo da bambina, il nonno – ricordo -mi lanciava sassi, io davanti ridevo, era il nostro gioco, bastava così poco… Rivedo la vecchia osteria (ora trasformata in bed and breakfast), i tavoli di legno, l’allegria, un gatto appostato sotto ad aspettare un boccone, a volte ci portavamo da casa la colazione, per mensa un prato, le gambe distese, semplicità senza pretese.
Cammino lento, fatto a tappe, cammino a ritroso, a recuperare parti di me disperse che ora raccolgo come fiori di campo da intrecciare in corolle d’emozione… perché ognuno di noi è una canzone composta di tutto, il bello ed il brutto.
Mi accorgo ad un tratto che il tronco seccato di pino, da me tanto amato e fotografato, che con le sue contorsioni formava un arabesco contro il cielo, addossato a una casa alla fine della salita… non c’è più. Mi affaccio e lo vedo laggiù sul prato, solo un troncone spezzato, il fusto divelto dal vento suppongo, dal vento tremendo dei giorni scorsi… Mi piange il cuore, gli parlo, spero stia bene là dov’è adesso… ma là dove? Il suo corpo qui giace, magari servirà per il camino, oppure da concime, o sarà rifugio d’insetti; sospiro, mi costa lasciarlo laggiù disteso, ma so che ci rivedremo, ed è vero: un albero non muore mai.
Una manciata di gente va alla spicciolata in senso opposto al mio, ecco fanno il solito giochetto del tira su la maschera… passa dall’altro lato… mugugna un saluto se va bene… ora nemmeno quello… e all’improvviso mi sento spezzata come il pino, ho il cuore scheggiato, la bocca secca sotto questo bavaglio, il naso che -non certo perfetto- ho notato mi si sta pure schiacciando… le orecchie, grazie a ‘sti cavolo di elastici, mi diventeranno a sventola come Dumbo?
Poi un canto esplode fra i rami e mi accorgo che essi già hanno messo le gemme, e c’è un nido che spicca su in alto, appollaiato tra le ultime biforcazioni, sta lì, fermo tenace, testimone delle tempeste a cui ha resistito, pronto per essere restaurato e riadattato ad accogliere nuove vite.
Rialzo la testa, sciolgo le spalle, getto via la zavorra… La strada continua.

Ti porto con me, stasera.

dicembre 16, 2020 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  1 Comment

 

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Sì, lo scrivo un pezzo su di te, lo scrivo nella mia testa – pensavo ieri sera – ora che, in solitaria, sto scendendo al mare.
Lo scrivo un pezzo su te, su me, sui nostri muri, sul nostro rapporto mancato. Io non ho saputo amarti, tu non hai saputo raggiungermi. Mi sono sempre sentita inadeguata, fuori delle tue aspettative, diversa, disarmata nei tuoi confronti.
Arma era la tua freddezza, rigidità mentale, il tuo spirito matematico, materialista, terreno… mentre io veleggiavo in alto… oltre, al di là – se così si può dire.
Sì, ti porto con me stasera, ti porto al mare. Ricordo un pomeriggio degli ultimi tempi, in cui lo hai chiesto a Juan: “Portami al mare”, ecco, in quel momento ti ho sentito vicino, ho accolto il tuo grido che veniva da dentro ed ho provato una tenerezza infinita. E allora ti ci porto io, stasera, al mare che entrambi amiamo, ti porto a catturare quelle tre nuvole rosa che un artista sconosciuto ha spennellato laggiù in fondo, paiono tre virgole messe lì a inframezzare chissà quale discorso… ti porto ad ascoltare la risata dei gabbiani…o l’abbaio se così si può definire… lo strano verso che fanno, e a tratti mi fa accapponare la pelle… ti porto a sniffare l’aroma di frittura, quanto mi piaceva mangiarne in qualche trattoria, quando venivamo a trovarti dove la nave faceva scalo! Spesso eri in rada e dovevamo prendere la barca per salire a bordo…ricordo la volta in cui c’era un mare tremendo, onde folli e ti avevano consigliato di farci restare a terra, saremmo potute salire il giorno dopo, ma tu testardo come sempre avevi insistito e ci eravamo avventurate in un barchino pieno di cinesi gentilissimi per la verità, che avevano consolato mamma tenendole le mani mentre tu cadevi in mare, per aver voluto aiutare galantemente la moglie del primo ufficiale che era con noi, a salire la scaletta tremolante… Avevi messo un piede in fallo e.. plof. Che tuffo, ancora ho nelle orecchie l’urlo “Uomo a mare!”, e la confusione seguita, le onde che ti sbattevano contro la fiancata, io che – non so come – essendo riuscita a salire tentavo di guardare da lassù, mentre un marinaio mi diceva di non farlo… lo spavento. Ricordo pure una notte da incubo passata a bordo, mentre la nave era in rada, fuori da Ancona. Eravamo arrivate come al solito con la barca, il mare apparentemente calmo. Ma io stavo malissimo e tu non capivi, mi avevi fatto salire in coperta, poi scesa nella cuccetta sdraiata… era ancora peggio… perché io lo sentivo il mare sotto… sentivo “l’onda lunga” – come la chiamano i marinai… ed ero arrivata al punto di chiederti di richiamare la barca, sarei scesa anche sola, senza mamma, avrei dormito in albergo, sareste venuti a prendermi la mattina dopo, tanto la nave attraccava… Ma niente, mi hai lasciata lì, con le lacrime agli occhi, tutta la notte. Non riuscivo a vomitare, però un rigurgito acido schifosissimo m’impastava la bocca ed era un tormento.
E comunque, io lo amo il mare, seppure mi ha fatto soffrire, non potrei starci lontano.
E allora stasera ti porto con me a captare il suo respiro, mentre calano le ombre e s’accendono i lampioni fatti ad ala di gabbiano, mentre il viola delle acque disegna un quadro impressionista e le Apuane si stagliano innevate contro il cielo già di piombo e le tre nuvole a virgola da rosa sono diventate porpora e poi violacee e fra un po’ magari spariranno… prima si vedeva anche la costa di Livorno in lontananza… e c’è una nave in rada proprio al centro del golfo… E mi viene da pensare che tu non ci sei sopra.
Perché tu sei con me stasera, sei dentro me e fuori di me, nell’aria, nel vento, nelle nuvole, nelle barche all’attracco, nella risata dei gabbiani, nelle voci del porto.. . sì, ti ho portato al mare, abbiamo percorso insieme il ponte Mirabello, ci siamo fermati a guardare da lì le palme della passeggiata ora sfolgorante di luci e la collina sovrastante con le belle ville storiche in stile liberty ed il castello di San Giorgio svettante sulla sinistra…
Sai che ti dico, mi è piaciuto portarti con me, stasera, magari ti ci porterò ancora, se ti va.
Sì, lo scrivo un pezzo su te, su me, papà.

Surrealismo in arte e letteratura

novembre 27, 2020 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

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Il Surrealismo è un movimento d’avanguardia, nato in Francia nel 1919 e sviluppatosi poi ben oltre i confini territoriali.

I movimenti d’avanguardia fioriscono dalla crisi di valori del primo dopoguerra, accomunati dal rifiuto della società borghese del tempo. Ha elementi in comune con il Dadaismo ( dada: termine che non significa nulla, ricorda i primi balbetti dell’infanzia… si dice che i suoi fondatori l’abbiano trovato aprendo a caso un dizionario francese): la volontà di rivolta, l’attacco al realismo e positivismo, il senso di frattura, il fare gruppo… Ma ha in più rispetto a quello, che era solo distruttivo, l’impegno per una seria elaborazione teorica, il desiderio di fondare una cultura alternativa, basata su nuovi valori. Nel 1924 André Bretòn, poeta saggista e critico d’arte, stilò il primo Manifesto del Surrealismo: si voleva che l’uomo fosse condotto ad una più autentica conoscenza di sé, grazie anche alla psicanalisi, che portava a indagare ambiti ancora sconosciuti, come quelli dell’inconscio e del sogno. Si fa quindi il processo al realismo e alla ragione, esaltando l’immaginazione e la fantasia, aprendo le porte all’immaginario, anche attraverso l’affrancamento del linguaggio. Il quadro finale risulta tanto più sorprendente quanto più realistici sono gli elementi dell’insieme, che è essenzialmente fantastico, ma spesso dato da singoli elementi reali.
Si scopre una realtà inscindibile da quella empirica comune, ma diversa da essa. Nasce un’immagine del mondo in cui reale ed irreale, logica e fantasia, diventano elementi indissolubili. In pittura ricordiamo grandi nomi come S.Dalì, J.Mirò, R.Magritte…
Prerogativa dei quadri di  René Magritte è la “decontestualizzazione”. Nei suoi dipinti evita elementi fantastici (tipo orologi che si sciolgono, o simili), utilizza anzi solo oggetti del mondo reale, ma li raffigura fuori dal loro contesto abituale, creando un effetto di “straniamento”, perché – per citare le sue parole:   <<Il primo merito di un dipinto è suscitare un dubbio>>. L’osservatore deve essere portato a riflettere, non gli si dà una interpretazione definitiva, ma lo stimolo per indagare fino a mettere in dubbio l’intera realtà. In un quadro famoso, intitolato Golconda, omini tutti uguali, raffigurati con una geometria maniacale sfilano davanti ai nostri occhi, sullo sfondo di palazzi e del cielo, vestiti di nero, eleganti ma anonimi, quasi marionette appese a un filo invisibile, vien da chiedersi se scendano o salgano… Tema potrebbe essere l’omologazione della società contemporanea? (attualissimo tra l’altro), oppure l’incomunicabilità? (altrettanto attuale).  In un altro dipinto il viso di un uomo è celato da una mela… ma è la mela che lo copre o lui che vuole nascondersi allo spettatore? Viene in mente la siepe de L’Infinito leopardiano “che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”. Cosa cela?
La mela è un tema ricorrente in Magritte. Un altro quadro ritrae una mela vista in ogni minuto dettaglio: tonda, mezza verde mezza rossa, col picciolo e le foglioline, si contano perfino le macchioline sulla buccia.. ma sotto c’è scritto: “Ceci n’est pas une pomme”, ed ecco che la didascalia scombina tutto quanto. Ma, a pensarci bene, non è una mela, perché lo spettatore non può morderla, né tantomeno mangiarla, non è reale ma disegnata, appartiene all’universo dei segni, dei codici, delle convenzioni create dal genere umano per dare un nome alle cose, è una creazione, non la realtà.
Ne “L’impero delle luci” vediamo una villa immersa nell’oscurità, le uniche luci sono quelle interne in alcune camere e un lampioncino davanti casa, che permette d’intravedere il giardino e un laghetto. Per il resto è notte. Però il cielo è azzurro, con nuvolette bianche… e quindi? C’è qualcosa di strano, ambiguo, perfino inquietante… un’atmosfera onirica, sebbene i dettagli siano precisi, quasi fotografici.
In letteratura italiana Dino Buzzati è quello che più, a mio parere, si collega al pittore belga. Eclettico, gioca con la contaminazione in ogni campo, è pittore scrittore giornalista fumettista… In tutti i suoi scritti, a partire dal romanzo più famoso “Il deserto dei Tartari”, ma anche nei numerosi racconti, si viaggia sul doppio binario di realtà/immaginazione. I personaggi, le descrizioni, le azioni sono all’apparenza normali, ma man mano che si va avanti nella narrazione comincia a prevalere un senso d’irreale, un’inquietudine irrazionale, simbolo di tutte le angosce e i drammi dell’animo umano.
Nei racconti de “La boutique del mistero” – 1968, troviamo tutti i suoi temi abituali: il senso di angoscia, la solitudine sconfinata dell’uomo nell’apparente normalità del reale, il sogno, il ricordo, la morte, le suggestioni metafisiche, il mistero che sconvolge ogni cosa… Ne “Il colombre” ruolo fondamentale lo hanno la paura e l’attrazione per l’ignoto, ma soprattutto il rendersi conto, alla fine della vita, per citare le parole esatte del testo: “Come è tutto sbagliato”. La consapevolezza, acquisita di solito quando ormai è troppo tardi,  di quanto siamo sciocchi e incapaci di comprendere, di quanto ci lasciamo guidare dalle nostre ossessioni, invece di osare ed agire al momento opportuno. Ed ecco il senso dello scacco, della solitudine, della incomunicabilità, dei muri che ci opprimono.   Sempre i racconti di Buzzati ci invitano a riflettere, esattamente come i quadri di Magritte.

L’Officina è online

novembre 12, 2020 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

 

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Ebbene sì, l’Officina dello scrivere ad alta voce, il laboratorio di lettura e scrittura che Rosa Anna Ianni ed io teniamo alla Spezia da ormai sei anni, è passato online. A causa dell’attuale situazione, non potendo più incontrarci dal vivo, abbiamo deciso di intraprendere un altro tipo di percorso, nel quale, però, ci siamo lanciate con immutato entusiasmo.
Pur tra varie difficoltà ed intoppi (da parte mia: caduta della connessione due, anche tre volte durante il collegamento, imbranati tentativi di condividere coi partecipanti lo schermo del mio cellulare – che sempre compare nero o con le scritte “sdraiate” in orizzontale – non chiedetemi perché – voce che si spezza, immagini che si bloccano, ecc. ) stiamo andando avanti. Mai dire mai. Bello rivederci, anche se attraverso uno schermo (telefonino o computer), ritrovarci, condividere un pizzico di quotidianità… sì, perché si ha modo di vedere un angolo di salotto… o un tavolo di cucina… o uno stendino coi panni che sbuca dietro le spalle di chi legge…o un letto (essendo la camera da letto magari l’unico luogo dove la linea “prende”),  di sentire l’abbaiare di un cane, di intravedere il musetto di una gatta curiosa…si entra insomma nelle case, nei “regni” altrui, nell’intimità finora sconosciuta. Ognuno regala agli altri qualcosa di sé.
I temi trattati sono interessanti, i nostri allievi eseguono i compiti settimanali con piacere, compatibilmente coi loro impegni e il tempo a disposizione, ma – devo ammetterlo -nessuno si sottrae, quel che scrivono e leggono di volta in volta offre sempre nuovi spunti per la discussione, ci si consigliano a vicenda libri da leggere e da consultare, film da essi tratti,  canzoni, brani teatrali, insomma la condivisione – parte essenziale di questo ritrovarci insieme a coltivare le nostre passioni letterarie – è rimasta intatta e solida.
Continueremo la nostra attività cercando di migliorare nell’uso della moderna tecnologia (per quanto riguarda la sottoscritta, ci metto buona volontà, per i risultati… non mi esprimo), senza perdere nessuno dei nostri appuntamenti “classici”: letture alla fine di ogni ciclo di incontri, letture in occasione di giornate speciali, tipo “la giornata della memoria”, ” la giornata contro la violenza” , oppure letture in occasione dell’anniversario di nascita o morte di qualche grande autore della letteratura… e tanto altro… con la differenza che si svolgeranno attraverso il video, invece che in presenza.
Inoltre, la nostra pagina facebook dal titolo “L’Officina dello scrivere ad alta voce” resta aperta a chiunque in ogni momento abbia desiderio di condividere consigli utili su libri da leggere, recensioni, articoli, eventi culturali in programmazione, o di postare testi di narrativa o poesia non solo di autore, ma anche personali, che saranno anzi particolarmente graditi.
In questo tempo più che mai è importante non perdere il desiderio di coltivare la cultura, la bellezza dell’arte in ogni campo.
L’Officina resiste, le penne corrono sul foglio,  i tasti del computer battono ancora, le menti sono un crogiuolo di idee, i cuori restano uniti e vi assicuro che la semina sarà produttiva, il raccolto buono e sorprendente.

“Essenze di poesia”, doppio evento poetico al Circolo Arci Canaletto – La Spezia

settembre 06, 2020 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

 

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Venerdì 18 settembre, a partire dalle ore 18, negli spazi del Circolo Arci Canaletto, via G. Bosco 2, alla Spezia, avverrà la doppia presentazione delle raccolte poetiche “Taccuini d’emozione” di Margherita Bertella e “Cortecce” di Sveva Borghini.
Come dice il titolo, “Taccuini d’emozione” è un libro scritto in cammino, sono versi nati e immediatamente appuntati sui taccuini che mi accompagnano ovunque io vada. Penna, matita, taccuino e una scatolina di acquerelli sono i miei compagni di viaggio. Si tratta chiaramente anche di un cammino simbolico, perché la poesia mi affianca nel percorso della vita, la poesia intesa come canto spontaneo dell’anima, bisogno imprescindibile di comunicare il proprio sentire, libera espansione e condivisione delle emozioni, empatia con la Natura che mi accoglie riconciliandomi col mondo. Terapeutico per me è il rapporto con la Madre Terra, il paesaggio della mia Liguria aspra e selvaggia, fratello Mare, nelle cui tempeste e bonacce mi riconosco, sorella Luna, mia confidente da sempre – una sezione del libro è dedicata proprio a lei. La terza sezione, “Ritratti”, comprende appunto i ritratti degli amici animali con cui ho condiviso e condivido il cammino, maestri di dedizione e dignità, e delle persone care, a cominciare da mamma, passando attraverso le amicizie speciali, doni dell’Universo che arricchiscono l’esistenza. Protagonista della prima parte del libro è l’avvicendarsi delle stagioni, il mutare del paesaggio non solo esteriore ma anche interiore, l’amore infinito per la Natura, la mia ricerca costante di Lei, il mio immergermi in essa per ritrovarmi e scoprirmi più forte di quanto riesca a immaginare.
Questo, del resto, è un forte collegamento con la raccolta  di Sveva, il cui libro, non a caso, s’intitola “Cortecce”.  Originale idea: la nostra pelle, il tessuto cutaneo che comunica con l’esterno e lo lascia penetrare dentro sé, è visto in analogia con la corteccia che è la pelle dell’albero. Anche questa raccolta è divisa in tre sezioni, ispirate da tre alberi specifici: Betulla, Pino e Pioppo, di cui ci vengono presentati dall’autrice il carattere, i gusti ambientali, la simbologia. Le poesie di ogni sezione intendono trasmettere al lettore l’essenza dell’albero di riferimento. Ovviamente, poi sta alla sua sensibilità captarla in un verso, in un vocabolo illuminante, o fra le righe di queste riflessioni poetiche in cui alla leggerezza si abbina una discesa nelle profondità dell’anima, la ricerca costante di indizi, dettagli, come il saper cogliere nel lampo di luce su una foglia, nel gorgogliare di un ruscello, nel divampare di una fiamma, nell’incontro con minuscole creature silvestri la magia di un collegamento, un messaggio dall’Universo. Anche il bosco di Sveva è “emozionale”, fatto di forre profonde, anfratti e improvvisi slarghi di cielo, melodie di vento fra i rami e tutto un caleidoscopio di colori. Sveva ci apre il suo mondo, introducendoci alla sua scelta di vivere in Natura, a contatto con la Madre Terra e le sue stagioni, i suoi cicli di Vita/Morte/Vita, invitandoci a scoprire i nostri “boschi interiori”,  a osare finalmente addentrarci in essi.
Titolo dell’evento è “Essenze di poesia” perché chi vorrà essere presente sarà coinvolto attivamente da Sveva anche attraverso piccole esperienze sensoriali, grazie all’uso di oli essenziali specifici.
Siete invitati, quindi, per una “fulll immersion” poetica a tutto campo.