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Il tuo sorriso

novembre 28, 2016 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  2 Comments

patri

 

Tempo fa ho dedicato questi versi a un’amica speciale, che tale si conferma ogni giorno

 

Il tuo sorriso

Il tuo sorriso è…
polla nel deserto
è alba in cielo aperto
è spuma sulla spiaggia
d’aprile sottil pioggia
colora le giornate
è sfarfallio di fate
rinfresca l’orizzonte
è mormorio di fonte
è sale sulla pelle
palpito di stelle
rugiada sulle foglie
doglie, amarezze toglie.
Il tuo sorriso è…
pane e marmellata
latte e cioccolata
le coccole sul letto
la gatta sopra il tetto
è canto d’usignolo
conforto per chi è solo.

Non farcelo mancare
piccola, forte donna
il tuo sorriso è sole!

 

Margherita Bertella, “Paesaggi d’anima”, Helicon 2016

Michelino è un orso dispettoso

novembre 25, 2016 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

 

orsetto

“Michelino è un orso dispettoso” fa parte del mio libro di racconti “Bambine”, edito APE 2012, sul tema della violenza all’infanzia, al femminile.
Ci tengo a chiarire ciò in cui credo: la violenza non ha sesso, è da aborrire sempre e comunque, vorrei e potrei scrivere una raccolta simile, al maschile stavolta (ho spesso chiesto testimonianze… invano. Capisco sia tema scottante, ancor più di questo. Il coraggio e la forza non mi mancano, attendo, chissà…)
Le mie bambine si salvano tutte, in un modo o nell’altro, questo racconto è il più tragico, tema è la pedofilia all’interno della famiglia, perciò ho lasciato il finale aperto. Vi regalo uno stralcio, appunto, dal finale… (Laura e Lisa sono due sorelle gemelle, ma diverse per aspetto e carattere. Michelino è l’orsetto di peluche di Laura, Raffa è la giraffa di Lisa.).

“Lisa, dormi?”, fa Laura dopo pochi muniti.
“Sì.”, è la lieve risposta.
“Come fai a dormire, se mi rispondi?”
Silenzio. Certo Lisa è proprio strana. Laura è sicura che tiene gli occhi spalancati nel buio. Forse dorme con gli occhi aperti come i pesci. Per questo li ha così grandi, al mattino. Lei, invece, li chiude per non vedere tutto quel nero. Si raggomitola fino a toccare le ginocchia con il mento, come faceva quand’era piccola. La maestra ha detto che tutti i bambini stanno così nel pancione della mamma. Chissà che bel teporino, lì dentro! Però, anche sotto il piumone. Le viene da ronfare, come i gatti.
“Lisa, Lisa! Dormi?”, fa, dopo tanto.
“S…sì”.
“Lisa, non ricordo se Michelino è sul tappeto. Ora accendo.”
“No!”
“Un attimo, per dare un’occhiata.” – Ma di Michelino non c’è traccia – “Quel dispettoso è rimasto di sotto. Dobbiamo andare a cercarlo.”
Lisa tira fuori la testa dalla coperta e fa no.
“Se non vieni, mi metto a urlare.”
“No!”
“Vieni giù con me, spicciati!”.
Laura, già a terra, la prende per un gomito, la trascina alla porta, torna indietro a spegnere la luce e gatton gattoni, a piedi nudi, tutte e due cominciano a scendere le scale. Lisa stringe Raffa e si aggrappa a un lembo della camicia di sua sorella, che va troppo svelta. Laura è furiosa con Michelino: è proprio un orso dispettoso! Dev’essere rimasto sul divano. Presto! Sono quasi a metà della seconda rampa. Fortuna che una lama di luce filtra attraverso la porta della sala, almeno non rischiano d’inciampare. Da là sale un tintinnio di bicchieri (mamma e papà devono aver finito di cenare, forse stanno brindando), si sente la risata di papà e la voce di mamma che protesta perché fa troppo chiasso. Poi uno scalpiccio e dei passi di corsa dietro l’uscio. Laura afferra la mano di sua sorella e volano indietro, a rotta di collo. La porta si spalanca quando loro due si sono appena sistemate sullo scalino più in alto, nell’ombra.
Esce mamma inseguita da papà che la raggiunge in un baleno, l’abbranca alla vita, la schiaccia contro il muro del corridoio.
“Perché non sei sempre così? Dimmi perché!”, dice lui con rabbia, e le affonda la faccia nel petto.
Mamma – dalla sua postazione Laura la vede bene – ha il trucco sfatto, i capelli in disordine, una spallina del vestito strappata. “Non qui. – sussurra – Non qui.” E chiude gli occhi.
“Giusto. Vai a letto, io salgo dalle bambine, poi ti raggiungo.”, fa lui rialzando la testa.
Lisa tira Laura per la camicia. Devono scappare! Ma Laura pare inchiodata sullo scalino.
“No, ti prego!”, fa mamma. E si avvinghia al collo di papà.
“Controllo che dormano e arrivo. Va’ a letto!”, ripete lui con tono da padrone.
“Vieni anche tu con me!”, implora mamma.
Lui le prende i polsi e la scosta, sgarbato. Resta a guardarla entrare nella loro camera. Solo allora si volta verso le scale.

Lisa e Laura sono sotto le coltri quando papà socchiude l’uscio. Entra. Richiude.
Laura sente i passi di lui dirigersi a destra, verso il suo lettino. Laura sa che Lisa ha gli occhi spalancati nel buio. I suoi, invece, preferisce tenerli chiusi. Non bisogna insospettire papà. Lei non vede l’ora di poter tornare di sotto, anche senza quella paurosa di sua sorella. Michelino è davvero un orso dispettoso, ma le buscherà, stavolta.
Accidenti, perché papà ci mette tanto? Come fa a controllare che dormano, se non accende la luce? Immobile, sdraiata sulla schiena, Laura cerca di respirare il più piano possibile. Non capisce perché il cuore le balza in petto così forte che ha paura lo senta anche lui. Le si è fermato accanto, ne è sicura. E deve essersi chinato, perché ora sente il suo fiato vicinissimo. Sa di vino. E le mani, le sue mani-tentacolo sollevano il lenzuolo, le sfiorano la camiciola, la toccano, la palpano, s’infilano dappertutto.

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Voci

novembre 12, 2016 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

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Gli incontri letterari del venerdì sera, all’Officina dello scrivere ad alta voce, che insieme alla collega Rosa Anna Ianni teniamo presso il Centro Multimediale “Dialma Ruggiero” alla Spezia,  iniziano sempre con un “esercizio a tempo”. Chiamiamo così pochi minuti di scrittura veloce, pazza, impulsiva, liberatoria, che serve da riscaldamento (come quello che si fa in palestra, prima di iniziare l’allenamento vero e proprio), eseguita senza fermarsi mai (se ti viene un blocco scrivi “Blocco”, oppure “Non so”, “boh” o quel che ti pare, ma continua a fare scorrere la penna sul foglio),  vietato fermarsi a leggere o tornare indietro per cancellare o correggere. Spesso da esercizi simili si traggono spunti per qualcosa di più esteso: parecchi miei racconti sono nati così.

Il tema che ho assegnato agli allievi ieri sera era: “Voci” ( ispirato da una recente canzone di Zucchero che mi piace molto). Mi sono divertita a scrivere anch’io e riporto qui il mio testo.

“Voci”

Voci del bosco, voci che riconosco, voci che mi fermo ad ascoltare lungo il sentiero in riva al mare, mare che non frequento da un po’ di tempo, mare che ho dentro, mare che mi manca da respirare, da penetrare, da inalare, da indossare… pensa che bello un abito fatto di mare con cui ondeggiare, fatto di onde che s’alzano scendono fonde, che volan nel vento, che il surf ci puoi fare, oppure pagaiare con la tavola in piedi, onde che ti ci siedi e ti portano via nell’isola misteriosa verde di vita, fasciata di rosa, e ti senti una fata, una veste salata, iridescente, fatta d’acqua, fatta di niente, una veste da mille e una notte, quando i sogni arrivano a frotte, una notte da ballare fuggendo dal salone in festa, una notte nella foresta insieme ai lupi che avanzano cupi, una notte da ululare con loro, ululare in coro, ululare alla luna pallida come nessuna, faccia di latte, mesto sorriso, cratere di occhi, virginea fanciulla, din don di rintocchi, canti di culla.

Il trapianto

novembre 06, 2016 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

 

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Scrissi questo racconto anni fa, all’epoca dei primi trapianti di arto. Ad un inglese (se non ricordo male la nazionalità) era stato trapiantato l’intero braccio, ma a causa di un forte rifiuto psicologico, aveva poi chiesto e ottenuto che gli fosse ritolto. La notizia stuzzicò immediatamente la mia fantasia, ed ecco nascere questa storia, che ha ricevuto l’onore del premio Tobino, a Vezzano Ligure.
La vicenda è quella di un pianista di fama, a cui – dopo un tremendo incidente – viene trapiantata una mano, indispensabile per la sua attività. L’intervento ha successo, ma presto l’uomo prova, nei confronti dell’arto estraneo, una specie di repulsione che diverrà sempre più forte. Tuttavia, la smania di tornare a suonare dopo lungo tempo, lo porta ad esercitarsi costantemente. L’atteggiamento della mano è ambivalente, ha vita propria e spiccata personalità, pare comunque collaborare… Ecco, tutto è pronto per la grande serata, quella del ritorno sulle scene di Heinrich Bauer! Seduto al pianoforte, l’uomo inizia a suonare di fronte ad un pubblico estatico,  è pura magia, finché….

Vi offro un assaggio dall’incipit:

“Il trapianto”

Se la guardava a lungo quella mano nuova, esaminandola di nascosto, chiudendosi in qualche stanza da solo, a volte nel bagno e perfino in cantina. Dopo nove mesi dall’intervento, non c’era stato rigetto: l’arto impiantato aveva perfettamente attecchito. Adesso, con l’aiuto della fisioterapia, restava da recuperarne l’uso.
Era una mano affascinante, morbida, leggermente più rosea dell’altra, quasi che il sangue vi scorresse meglio, priva delle venature azzurre affioranti sotto la pelle della sinistra. Una mano fresca, dall’aspetto giovane e sensuale. Dita lunghe e sottili.
Bauer s’era incantato, una notte, ad osservarle mentre scivolavano leggere lungo la linea del collo di Laura, indugiando sulla curva della spalla destra, percorrendo esperte e smaniose la dolce collina del seno, per arrivare su, fino alla cima indurita.
Allora era accaduto: aveva avuto la sensazione che uno sconosciuto osasse violare sua moglie sotto i suoi occhi. E, quel ch’era peggio, lei ne godeva. Non era riuscito a sopportarlo. Con un gemito s’era rovesciato di lato, saltando su, aveva afferrato la vestaglia ed era fuggito dalla stanza.
Laura non aveva capito. Serratosi nel proprio studio, Heinrich le aveva rifilato una scusa qualsiasi. Il giorno successivo, nessuno dei due aveva osato tornare sull’argomento.
Da allora, le notti di Bauer si popolarono d’incubi. Era circondato da mani che cercavano di afferrarlo, allacciavano Laura alla vita, trascinandola in danze frenetiche, mani che suonavano al piano ritmi mai uditi e si applaudivano da sole, mani con occhi e bocca che lo schernivano, affacciandosi da finestrini di macchine in corsa.

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Tele d’autunno

novembre 03, 2016 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

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Dedicata alla mia maestra Angela che, d’autunno, ci insegnava a raccogliere le foglie cadute.  Ancora lo faccio e continuerò a farlo. Un piccolo gesto che … è poesia.

Tele d’autunno

Lo sfumato predilige, le tinte pastello
indiscusso maestro d’acquerello
aereo il polso, agile la mano
il pennello suo scivola piano…
Capita, però, che di scarlatto
la voglia lo prenda tutt’a un tratto
dell’artista la zampata
esce allora scatenata:
ruggine di boschi, vampe di cieli
turchini tersi mai visti, senza veli
arancio e oro vivo spruzzato sulle foglie
che attenta una bimba adesso coglie
le strane sceglie, seppure martoriate
da piedi distratti calpestate
stelle cadute per via o ai margini d’un fosso
dalla pioggia picchiettate, maculate di rosso
a casa ripulite, con amore messe via
tra i grossi tomi dell’enciclopedia
qualche mese si dovrà aspettare
prima di tornarle ad ammirare.
Le sorelle loro, rimaste sul terreno
al freddo sottoposte ormai nel pieno
ugualmente non morranno
nuova linfa, anzi, diverranno.
Nelle tele d’autunno, il gran pittore
morte non s’annuncia, s’annida il sole.

 

Margherita Bertella, da “Paesaggi d’anima”, Helicon 2016