Welcome to BioSphere
image border bottom

L’Officina dello scrivere ad alta voce

maggio 12, 2017 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

 

 L’Officina dello scrivere ad alta voce

Sono tre anni ormai che, insieme all’amica Rosanna, abbiamo creato l’Officina dello scrivere ad alta voce. Entrambe avevamo partecipato, tempo fa, a un laboratorio di scrittura che ci aveva molto coinvolte, poi ci eravamo perse di vista, ognuna alla sua vita. Ma il destino o chi per lui ci ha fatto re-incontrare, ed è nata l’idea. Un laboratorio che fosse insieme di scrittura e anche di lettura (l’una non può esistere senza l’altra) e di lettura ad alta voce. Si lavora non solo sui testi, ma sul respiro, sull’espressione, sul ritmo e la musicalità delle parole… Leggere ad alta voce non solo testi di autori affermati, ma anche le proprie pagine, aiuta a capire se ciò che si è scritto funziona, se è poco credibile ecc. Ricordo con piacere un supplente d’italiano al ginnasio – i primi due anni per me sono stati duri, non ingranavo la marcia, ma amavo le sue ore, specie quella del sabato in cui ci faceva leggere a turno i “Promessi Sposi” (bestia nera per la maggior parte degli alunni): noi leggevamo ad alta voce, quindi eravamo coinvolti in prima persona, lui commentava le parti salienti. Ho ancora il libro corredato da splendide tavole illusrate in bianco e nero, con gli appunti che prendevo dalla sua voce. Ringrazio quel modesto supplente che si faceva tutte le mattine il tragitto in treno da Chiavari alla Spezia, lo ringrazio perché mi ha fatto scoprire la meraviglia di quel testo, che in seguito ho approfondito da sola, ma il primo approccio è stato veramente importante.
Chi può partecipare all’Officina? Non esistono limiti di età, non sono necessari titoli di studio altisonanti, non c’è esclusione di alcuna categoria o razza o condizione sociale. Servono solo carta e penna e voglia di “mettersi in gioco”, questo sì. Una certa capacità di lasciarsi andare, di osare. Capisco non sia facile per tutti: la pagina bianca può far paura, è come salire su una zattera che ti trasporta in mare aperto, è imbarcarsi in un viaggio alla scoperta di nuove terre, ma per scoprirle bisogna perdere di vista la riva, la costa, le luci del porto … Tuttavia vi assicuro che vale la pena provarci, perché non è tanto importante la meta, quanto sono costruttive le tappe del viaggio alla scoperta di sé.
Riunirsi davanti a un tavolo, una volta alla settimana, è salutare per tutti noi. Quando – dopo aver assegnato un tema su cui scrivere velocemente, come esercizio di riscaldamento, e anche per scaricare le tensioni della giornata, come valvola di sfogo antistress  – osservo i miei compagni chini sui fogli, le penne che scorrono, il silenzio sacro che si crea… provo un miscuglio di emozioni, si crea un cerchio magico fra noi (l’ideale sarebbe infatti sedere intorno a una tavola rotonda come quella di re Artù), un legame fuori dal tempo e dallo spazio quotidiano, una magica unione fra persone diversissime, ognuna con le proprie gioie e ferite e cicatrici, con una storia da scaricare sulla pagina… I risultati, è naturale, dipendono dalle abilità e capacità tecniche di ciascuno, ma non bisogna abbattersi: l’esercizio aiuta chiunque a rendere fruibili al lettore le proprie riflessioni. L’ispirazione non piove dal cielo, è necessario lavoro e disciplina, i temi cui attingere sono innumerevoli, si possono trarre dalla realtà o affidarsi alla fantasia, o costruire un miscuglio di entrambe.
Si ha l’occasione per scoprire i grandi classici, ma anche autori contemporanei, sia nel campo della narrativa che della poesia. E riuscire ad esprimere qualcosa di personale dà una soddisfazione che non è quantificabile, né misurabile (in un mondo che tutto misura e quantifica).
Perché ho scritto questo? Perché mi sta a cuore l’Officina, perché l’amo e da quando Rosanna ed io l’abbiamo ideata ci ha arricchito  – non certo in ambito monetario – ma in ambito umano sicuramente. Perché siamo un bel gruppo, perché valiamo, anche se qualcuno ha sempre la tendenza a pronunciare, prima di leggere ad alta voce i propri elaborati all’uditorio, frasi tipo: “Ah, io ho scritto una schifezza, in confronto a lei!”, “Il mio esercizio fa pena, vi avverto!”… e roba simile. Il che mi fa sorridere, a volte mi provoca una tenerezza infinita, altre volte mi fa incavolare, perché non è vero, perché ciò che esce è comunque importante, necessita solo che ci si lavori su. Come, dove e quando? Ritagliarsi uno spazio per sé, durante la settimana, prima del prossimo incontro? Seeee…. Lo so, non è facile, il tempo non c’è, il lavoro, la casa, i figli… E noi? Non siamo importanti noi, non è da curare la nostra anima, la nostra interiorità? Pensiamoci, ogni tanto. A noi.
Questo volevo dirvi, a voi che leggerete queste parole. In silenzio o ad alta voce. Pensateci. A quel tavolo, a quella stanza, a quella condivisione… Se vi venisse voglia di provarci… l’Officina sta terminando l’ultimo ciclo di incontri, ma riaprirà le porte e le iscrizioni ad ottobre. Siete invitati.

Due dee, due donne

aprile 02, 2017 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

3185664

“Il mito al femminile” (Helicon 2016) è una raccolta poetica nata da un tema svolto due anni fa durante una serie di incontri del corso di lettura-scrittura dell’Officina dello scrivere ad alta voce, laboratorio che dirigo insieme alla collega Rosanna Ianni. Parlando della donna nel mito, ho scritto una ventina di poesie dedicate alle dee dell’Olimpo, alle eroine della tragedia e poemi epici, e ad alcuni mostri mitologici. Ho scelto, com’è naturale, un punto di vista femminile, per rivalutare una visione dei fatti narrati da sempre da un punto di vista maschile (per non dire maschilista).
Porto qui due esempi di dee molto diverse fra loro.
Atena, la sapiente, l’intoccabile, la dea delle armi, nata dalla testa di Zeus armata di tutto punto, rivisitata da me in chiave moderna è diventata una donna sola, imprigionata dentro la corazza che si è costruita con le proprie mani, una donna che teme di non potersene più liberare e cerca, insieme alla propria femminilità perduta, qualcuno che sappia andare al di là delle apparenze bellicose, che abbia il coraggio di scoprire la sua vera natura.
Eris è la sorella di Ares, il dio della guerra, è la dea della discordia, dispettosa, bizzarra, si diverte un mondo a seminare zizzania fra i mortali, ma anche fra gli dei. Sarà lei a scagliare il famoso “pomo della discordia”, durante un pranzo di nozze, fra Hera, Atena ed Afrodite, impegnate in una lotta di bellezza, provocando l’intervento di Paride (a cui, come premio se avesse scelto lei, Afrodite promise l’amore di Elena), e scatenando un conflitto terrificante: la guerra di Troia. Anche nella nostra epoca Eris è molto attiva: la ritroviamo nella quotidianità delle relazioni sociali, e perfino a godersela da matti su un’isola dove un gruppetto di mortali sedicenti “famosi”, inscena un patetico teatrino di litigi…
Riflettendoci, le cose non sono cambiate molto dai tempi antichi.

Atena

Che ne sai quanto pesa la scorza
che mi stringe d’intorno le membra
quella che a te pare forza
è maschera ferrea calata
su morbide guance di fata.
Che ne sai della fredda armatura
d’una grata d’acciaio più dura.
Che ne sai dei sogni bambini
a una falce di luna impigliati
delle vesti femminee agognate
le notti di stelle perdute
le risate -ahimè – trattenute.
Che ne sai della voglia di esporre
il virgineo mio corpo ai lavacri
di fonte o sul mare
al fragore dell’onde
di donarlo ai sospiri
d’amante focoso
ricambiando con fremiti e baci
il suo sguardo peccaminoso.

Eris

Di Ares io son la sorella bizzarra
litigi scateno, produco gazzarra
m’insinuo, serpeggio, mi fiondo, sconquasso
laddove è silenzio io porto fracasso.

Artefice fui della grande contesa
il pomo lanciai fra le dive in attesa
oh, che godimento vederle sospese!
Per merito mio un conflitto si accese.

Ma senza elencare le più antiche gesta
pure oggi glorioso il regno mio resta
dovunque ti volti di me tracce trovi
invano di pace l’appello rinnovi.

Oh mitici umani, oh vero portento
d’insulti, schiamazzi, botte in parlamento
quotidiane baruffe, dissidi legali
sempreverdi diverbi condominiali.

Tra loro io sguazzo, mi sento appagata
a volte mi colgono impreparata
inesausti, per meglio poter litigare
su un’isola ai tropici si vanno a installare.

Zero

marzo 30, 2017 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

 

Zero

Ho ritrovato una cartellina piena di miei “esercizi a tempo” dell’epoca in cui frequentavo un corso di scrittura. Ora che, insieme alla mia amica Rosanna, abbiamo creato noi stesse un laboratorio “L’Officina dello scrivere ad alta voce“, li facciamo eseguire ai nostri allievi e vengono fuori sempre cose interessanti.
Si procede così: diamo noi un tema su cui scrivere oppure – più divertente – ogni partecipante scrive su un foglietto di carta una parola, la prima che gli viene in mente, quindi i foglietti vengono ripiegati e alla fine uno pesca in mezzo al mucchietto e legge la parola su cui tutto il gruppo dovrà scrivere.
Scrivere a tempo significa scrivere in un tempo limitato: 5, 8 minuti al massimo. Attenzione però, ci sono delle regole: scrivere di getto, velocemente, far scorrere la penna senza fermarsi a correggere, cancellare, tornare indietro ecc. Se viene un blocco (può succedere, eccome), scrivere “blocco”, “boh”, “non so”, “cavolo”, “cavolicchio”, ciripiripicchio”… qualsiasi cosa, ma continuare a scrivere. Buttare fuori le cose, le idee, senza remore, senza esitazioni, è altamente terapeutico. Serve come esercizio di riscaldamento (non lo si fa per i muscoli, andando in palestra?), ed è propedeutico alla scrittura vera e propria. A me è capitato di trarre poi racconti dallo spunto di un esercizio a tempo.
Nella cartellina ce ne sono di tutti i tipi: ironici, poetici, graffianti, rabbiosi, briosi, folli come sono io… questo è solo un esempio.
La parola estratta dal mucchietto era: ZERO. Io scrissi così:

Zero

Lo sguardo mi è caduto sullo zero. Assenza di numeri o somma di tutti i numeri possibili? Proprio perché è zero comprende tutto. Lui, tondo-tondo è perfetto, compiuto nella sua interezza, assoluto, il massimo, il numero più numero che c’è, è l’alfa e l’omega, il primo e l’ultimo, l’inizio e la fine, è una forza, dà ricchezza (più zero possiedi più sei ricco, no?), Se moltiplichi qualcosa per zero viene sempre zero: annulla tutti gli altri, è un protagonista, un mattatore. L’ora zero preannuncia qualcosa d’importante, di strabiliante: allo zero parte il missile che va a esplorare lo spazio, allo zero, mica al sei o al nove! Aspetta lo zero per slanciarsi nell’infinità dei mondi. Allo zero scattano gli atleti nella corsa, lo zero viene sparato dalla pistola dello starter che dà il via alle macchine negli autodromi.
Lo zero è il segnale della partenza, è come un attimo di silenzio assoluto prima del grande salto, ti dà il calcio, la spinta nel culo, ti porta in cielo, ti spara nel mistero.
Lo zero, il principio di tutto.
All’inizio c’era lo zero, lo zero era presso Dio e lo zero era Dio, poi Dio gli diede consistenza e forma e lo zero venne nel mondo, ma il mondo non lo riconobbe. Infatti, per il mondo lo zero è nulla. “Sei uno zero, uno zero spaccato!”, non è espressione di massimo disprezzo?
Ma lo zero è potente, lo zero è forte, lo zero vince col silenzio, lo zero fa la volontà del padre, muore sì, ma dopo tre giorni risorgerà. Sarà sempre nel mondo, anche quando il mondo non esisterà più, lui vivrà perché è zero e da lì tutto può ricominciare.
“Ripartiamo da zero”, ci si può ricostruire sopra, è una base stabile, fondamenta sicure. Lo zero ti rinnova, butta via, cancella d’un colpo quel che è stato prima e non ritornerà. Ti dà la forza per ricominciare, per forza devi farlo, se sei arrivato a zero: più giù di lì non si va. Lo zero è una spinta, un pungolo, una scheggia penetrata nella carne, è la freccia che scocca la vita, lo zero!
Da lì si nasce: prima cosa eravamo? Zero! Dallo zero è nato tutto, si sono formati gli altri numeri. Quanti? Un’infinità, non si possono contare, né immaginare, invaderanno il mondo come marziani o venusiani o mercuriani. Si dice mercuriani? Non credo, ma me ne frego.
Prego, zero caro, vieni qua, dammi la mano che balliamo! Ah già, tu non ce l’hai la mano! Allora come facciamo? Potrei allacciarti alla vita, ma è rotonda, è infinita! Ho trovato: stai fermo un secondo, che entro nel tuo cerchio, e poi rotola via, io starò nel tuo grembo, dentro la tua circonferenza. Dammene la licenza! Mi fascerò col tuo corpaccione, starò al caldo o al freddo? Ancora non so, ma non perderò l’occasione di starmene lì accovacciata, dentro la gran pancia fecondata!

A come Adolescenza

marzo 23, 2017 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

IMG_7355

All’Officina dello scrivere ad alta voce, laboratorio di lettura e scrittura che, da tre anni, condivido con la collega Rosanna Ianni, stiamo trattando il tema delle varie fasi della vita. Lasciata l’infanzia, siamo approdate a leggere e scrivere su quel guazzabuglio emotivo, indefinibile e problematico per molti aspetti, quell’età di mezzo definita “adolescenza”, che ci trasporta verso… non si sa bene cosa. Mi è parso giusto iniziare con due testi a me particolarmente cari: “Agostino” di Moravia e “L’isola di Arturo” della Morante.
Il primo, scritto in terza persona, si svolge nel corso di un’estate al mare, il secondo, scritto in prima persona, dal punto di vista del protagonista, racchiude un arco molto più ampio di vita (dall’infanzia all’adolescenza, appunto). Agostino adora la madre, Arturo idolatra il padre. Entrambi verificheranno il crollo dei loro idoli, a contatto con la realtà.
La madre di Agostino, “una grande e bella donna ancora nel fiore degli anni”, fa amicizia al mare di Viareggio con un bellimbusto del luogo, scatenando nell’animo del figlio – spodestato dal suo ruolo di “uomo di casa” – un profondo turbamento, acuito dall’incontro con una banda di ragazzi del popolo, capeggiati dalla figura di un bagnino esadattilo e omosessuale, che in modo brutale e spietato lo renderanno consapevole della realtà del sesso, fino ad allora a lui sconosciuta. La madre, divenuta ai suoi occhi improvvisamente donna, inconsapevolmente lo provocherà nelle consuete esibizioni domestiche (presentandosi discinta e sensuale, davanti al suo “bambino”). Attratto dalla banda dei monelli, la cui spiaggia è un canneto, ben distinto dalla spiaggia attrezzata dei signori, Agostino subisce inerme derisioni e umiliazioni da parte loro, che lo invidiano e tendono a sminuirlo, quasi per una sorta di vendetta di classe. Ma sia Agostino sia i membri di questa masnada di teppistelli sono alienati, in una società senza speranza di riscatto. Agostino è destinato a fallire, come già Michele de “Gli indifferenti”, consapevole di non potere entrare a far parte di quel mondo, rifiutato da esso, ma anche dalla gabbia dorata di ipocrisia e denaro, che si lascerà alle spalle. Rifiutato pure dal postribolo, la cui porta rimane chiusa per lui, troppo piccolo per andare a donne come gli altri membri della banda, fatalmente destinato alla solitudine, l’unica strada concessa ad Agostino sarà quella della rinuncia: fine della vacanza, fine dell’infantile illusione di felicità condivisa con la madre.  Agostino si corica, dopo aver chiesto alla madre di partire da lì, di tornare a casa. Non è più un bambino e non ancora un uomo. ” …e molto tempo infelice sarebbe passato prima che lo fosse”, sono le ultime parole del testo.
Arturo della Morante porta il nome (datogli dalla madre morta di parto, una povera “femminella analfabeta”) di un eroe leggendario e di una stella, viene allevato da una balia maschio – Silvestro – abita in una casa che lui considera come un castello (detta la “Casa dei Guaglioni”), lasciata in eredità a suo padre da un vecchio ricco suo amico, (detto l’Amalfitano), vive in un’isola (metafora dell’isola beata della fanciullezza), una mitica Procida mirabilmente descritta, selvaggio e ignorante come una bestiolina (non va a scuola), ha un passato avvolto da un’aria di mistero e di eccellenza, e un padre irraggiungibile, misterioso viaggiatore sempre assente, che a un certo punto condurrà a casa una giovanissima moglie anch’essa adolescente, a lui sottomessa come una bestia da lavoro, da cui avrà un secondo figlio: Carmine Arturo. Meravigliosa l’analisi fatta dall’autrice sul rapporto di odio-amore che Nunziata ispira ad Arturo… Tutto da leggere. Anche la vita di Arturo, come quella di Agostino, sarà irrimediabilmente sconvolta. A contatto con la realtà anche il suo mondo bambino sarà destinato a crollare, insieme all’immagine del padre, bellissimo come un eroe, fragile come un uomo qualsiasi.
Alla fine non ci sarà più posto per le certezze, Arturo dovrà lasciare lo spazio dell’sola, chiuso e senza tempo, la sua casa -castello, la spiaggetta sassosa in cui è attraccata la sua barca (la “Torpediniera delle Antille”). Lascerà Procida, salpando sopra un piroscafo insieme a Silvestro, all’alba di una guerra di grandi potenze, una guerra mondiale… Lascerà Procida per sempre, rifiutandosi di vederla svanire all’orizzonte, nascondendo il volto sul braccio, contro lo schienale del sedile, accanto all’amico ritrovato. Finché questi non lo scuoterà con dolcezza, dicendogli: “Arturo, su, puoi svegliarti.” Intorno a loro, solo il mare sconfinato.

Margherita

marzo 04, 2017 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

 

 

mio

 

Alla nascita ci viene assegnato un nome, di getto, senza che possiamo dire la nostra in proposito, e soprassediamo (anche se ci sarebbe da discuterne), ma chi l’ha stabilito che dobbiamo tenercelo cucito addosso per sempre? Dal momento che ci evolviamo e la vita è un continuo divenire, credo sarebbe giusto mutarlo nelle varie fasi dell’esistenza, nei passaggi importanti da un’età all’altra, da un avvenimento all’altro, quando ci rendiamo conto di non essere più le stesse persone. Bisognerebbe poterlo cambiare come un abito o un taglio di capelli. Zac… aria nuova! Inventarlo a seconda delle nostre esigenze, coniarne di nuovi (penso ai meravigliosi nomi degli Indiani d’America, per esempio)

Col mio nome ho sempre avuto un rapporto di amore-odio. Mamma me l’ha dato per affetto verso una sua zia morta poco prima che nascessi (su questo fatto di dare il nome – anche se, a volte, stranissimo – di parenti o conoscenti o attori famosi… soprassediamo di nuovo). Alle elementari una bambina mi chiamava scimmiottando: “la regina Margherita” e io friggevo di rabbia, perché non ho mai amato le teste coronate (regine o principesse che siano). Se per margherita s’intende la pratolina di campo che sboccia spontanea in primavera, certo che l’amo. I fiori  di campo sono i miei preferiti. Se però la consideriamo una cosina graziosa, tenerella e mite, che buona buona si lascia sfogliare per i nostri giochetti cretini, e a calpestarla e piegarla neppure te ne accorgi, significa che non la conosciamo.

Margherita

D’un fiore il nome m’hanno dato
candida nuvola di prato
non è regina, non è signora
di spine una selva non l’onora

non risplende di colori la sua veste
né profumo emana da far dolere teste
la calpesti come niente sotto i piedi
sul suo corpo, incurante, ti ci siedi

rustica forte, le basta un granellino
di terra e poche gocce per fare capolino
al ciel spalanca l’occhio suo dorato
umili grazie rende al creato

senza lei non esiste primavera
quanti mazzetti offerti in preghiera
a grate appesi, in crocicchi contadini
risalgono dagli anni miei bambini!
Là dietro, Madonnine screpolate
al dono sorridevano beate.

D’un fiore il nome m’hanno dato
per nulla appariscente, né dotato
ma s’erge fiero sul piccolo suo stelo
e punta in alto, buca anche l’asfalto!