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Circe

giugno 18, 2020  Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria   0 Comments

 

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Circe appare nel libro X dell’Odissea: approdato all’isola Eèa, sbarcato ad esplorare il luogo, Ulisse s’inerpica su una cima rocciosa e da lì scorge del fumo e la casa di Circe, tra i folti querceti e la macchia.
Da sempre conosciamo Circe come la “maga”, colei che offre ai compagni di Ulisse “tristi farmaci”, pozioni velenose, poi, toccandoli con la bacchetta, li rinchiude nei porcili, perché porci sono divenuti in tutto, tranne che nella mente, ancora umana. Terribile maleficio. Assurdo e inspiegabile. Pura cattiveria? Su Ulisse però, Circe non può nulla, perché lui, si sa, è aiutato dall’alto, e arriva Mercurio a donargli un’erba che annienterà il potere di lei, con la quale, dopo aver fatto liberare i compagni, l’eroe condividerà il letto per un anno. Dopodiché, Circe stessa gli indicherà la strada per scendere agli Inferi e interrogare l’indovino Tiresia circa la sorte futura. Tra i due un addio senza lacrime, né suicidi, né isterismi. Fine della storia. Figura femminile triste, come le sue pozioni, paurosa e terribile, enigmatica, da cui stare in guardia.
Ma Circe, figlia del Sole, è molto più di questo. Circe è figura “numinosa” e affascinante, come la sua casa di pietre lucenti, annidata in un bosco di querce secolari… la sua casa popolata da lupi e leoni, che non si avventano ma gioiscono all’arrivo degli stranieri, la sua casa che risuona d’un canto armonioso e le sue abili mani che tessono una tela immortale… Stupenda presentazione.
Prendiamo il canto: il canto è vibrazione, respiro, pneuma, soffio, spirito che crea la vita. Circe canta e “incanta”: uomini, piante, animali. Il canto è già trasformazione: l’aria viene introiettata in noi e fuoriesce attraverso il suono della nostra voce. Un suono potente e misterioso. Un suono che è la nostra essenza.
Altro elemento: la tela, la tessitura (che per me ha connessioni profonde con la scrittura e tutto ciò che le è collegato), la manualità, l’arte delle mani, l’opera delle mani che plasmano questo spirito, questo respiro, e lo rendono tangibile e fruibile al mondo. Un filo complesso, non il filo unico, lineare di Arianna che salva dai meandri del labirinto, ma un filo che si moltiplica all’infinito e tesse l’intreccio della vita.
Non c’è nulla di più bello, di più “magico” di questi elementi messi insieme.
E l’isola. Pensiamoci: il fatto stesso che la dea abiti un’isola, è speciale. Che cosa è un’isola? Un’isola è un “cerchio” (kirkos, in greco, il che risuona nel nome stesso: “Circe”), circondato dalle acque, che lo separano da ciò che è noto, un luogo che sta “al di fuori” del normale, al di là del tempo e dello spazio, un luogo “a parte”. Questi uomini non si rendono conto che stanno varcando un cerchio magico, un luogo “sacro”, nel quale più non valgono le regole del mondo, stanno entrando in un’altra dimensione. E l’uomo, si sa, il mito ce lo conferma, è assolutamente inadeguato a comprendere il divino nelle sue manifestazioni. Circe ha connessioni con la Gran Madre, che ha radici molto più antiche, e con Demetra, che vediamo raffigurata spesso con in braccio un maiale, animale a lei sacro. Circe ha il potere di trasformare la natura di coloro che varcano il confine. Ma l’uomo non comprende il senso profondo della trasformazione, che è vista solo come violenza. A cui Ulisse (aiutato da un dio) si sottrae. Ulisse è astuto, si sa, usa la mente e la razionalità, calcola, escogita scappatoie, ma non si evolve, in tutto il poema resta uguale a se stesso, non si trasforma, non compie un percorso di “formazione”. Perde tutti i suoi compagni, torna a casa solo e “salva la pelle”, sempre, in ogni avventura. Punto.
Ma cosa serve per essere trasformati? Tema molto attuale, riflettiamoci: occorre che “qualcosa” ci fermi, ci costringa, ci rinchiuda senza possibilità di fuga, ci pieghi ad una “stasi”, in un radicale capovolgimento della nostra vita, delle nostre certezze, delle nostre abitudini. Circe appare come una “seduttrice”, ma “se-durre” significa appunto “portare altrove”, “condurre da parte”, Circe “affascina”, ma essere legati “in fasci” vuol dire appunto essere costretti, bloccati, legati e impotenti, alla mercé di un altro, o di un’altra cosa, essere “imprigionati”.

Quando si smette di voler razionalizzare tutto e ci si abbandona all’incomprensibile, quando si decide di lasciare “fluire” gli eventi, allora e solo allora sarà possibile aprire un varco che ci consenta di “passare al di là” e scoprire altre dimensioni, forse il nucleo più profondo e vero di noi stessi. La divinità ci offre la trasformazione, ma questa è fatta solo a metà (altra cosa che può parere crudele: corpo di porci, mente umana), tocca a noi scegliere se tornare indietro, alla vita di prima, o rimanere porci e mangiare ghiande per sempre o divenire lupi e leoni e condividere la dimora col divino. Siamo anche noi compagni di Ulisse: alla fine della “chiusura” cui siamo stati costretti (da un “dio” o da qualcos’altro…) non tutti si trasformeranno: la maggior parte rimarranno identici a com’erano prima, altri anzi peggioreranno, pochissimi oseranno cercare strade e “dimensioni” nuove.
All’isola di Circe, dunque, approdata dalle tempeste della vita, l’ho invocata così:

Nel regno di Circe

Sbattuta dai colpi di Nettuno
prona giacendo
in sconosciuta rena
le mani affondo

sono fuori dal mondo
naufraga nel tuo regno
cinto dall’acque intorno.

L’alba è di un nuovo giorno
m’alzo e respiro a fondo.

Alla dimora di lucenti pietre
guidami, o numinosa
la tela e il canto insegnami
e la trasformazione

più non grufolerò
né bramerò tornare
all’umana dimensione.
Lupo io diverrò
e leone.

 

Mi sono avvalsa, per questa interpretazione,  delle lettura di un interessante testo di Carla Lanfranchi: “Circe, la seduzione che trasforma”,  Il Club delle Streghe, Mermaid Editore.

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