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Alla lavagna!

maggio 28, 2020  Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria   0 Comments

 

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“Bertella, alla lavagna!”
Quarta o quinta elementare, non ricordo bene, ma insomma… giù di lì.
Risuonava imperiosa nell’aula la voce un po’ roca e di solito dolce della mia maestra, a cui volevo un bene sincero e disinteressato, ma in questi casi avrei desiderato trasformarmi in un topolino e scomparire alla vista dentro qualche buco sottoterra.
Perché non mi chiamava per interrogarmi, nossignori, sarei andata abbastanza serena, conscia di essermi preparata seriamente; era molto peggio: accadeva che, a volte, chiamata in presidenza per motivi molteplici, mi scegliesse (me, sempre me, accidenti!) per “vigilare” sulla classe in sua assenza, gettandomi in un imbarazzo devastante.
Mi consegnava un gessetto, raccomandando di segnare con quello sulla lavagna i nomi di chiunque, comportandosi da maleducato, disturbasse la quiete pubblica (citazione testuale).
Alzandomi dal banco sentivo le gambe tremare, avvicinandomi alla postazione di “vigilanza” era anche peggio… pur senza fissare nessuna di loro, (era una classe di  sole femmine, c’è da dirlo, a onor del vero) avvertivo addosso gli sguardi delle mie compagne, avrei potuto “pesarli” uno per uno. Avrei voluto trattenere la maestra, tirandola per un lembo del grembiule nero che indossava con umile eleganza e pregarla di non lasciarmi sola a dominare l’orda barbarica, dirle che si sbagliava riponendo su di me il carico di un compito superiore alle mie forze… Ma ogni volta, inesorabilmente, lei mi sorrideva con miti occhi celesti (era un angelo, anche nel nome), poi volgeva uno sguardo fermo in panoramica sulla classe intera (non volava una mosca) e, senza aggiungere altro, spariva oltre la porta, richiudendola alle sue spalle.
Rimanevo immobile, statuaria,  alle spalle avevo la lavagna e il gesso fra le dita; sentendomi cretina e inerme in massimo grado, fissavo un punto sul muro in fondo all’aula, dritto davanti a me, non osando porre lo suardo su nessuno… Per circa uno, due minuti non accadeva nulla, dopodiché al cenno di qualche “gladiatore” di turno si scatenava l’inferno.
Il peggiore “gladiatore” del branco era una bambina bene in carne, tracagnotta, con un caschetto di capelli biondi e lisci, rimasta a lungo nei miei incubi notturni.
Ricordo come fosse ora la volta in cui, una ventina di secondi dopo che la maestra era uscita, venendo avanti spavalda, si piazzò davanti a me a gambe divaricate e, fulminandomi con gli occhi a spillo nella faccia di luna piena, mi sussurrò satanica: “Se osi scrivere il mio nome, ti faccio un culo così!”, accompagnando la minaccia con un gesto ampio assai eloquente. Pure avvertendo il pericolo, nella mia abissale ingenuità credo di essermi chiesta in cosa consistesse nello specifico questa faccenda del culo… e restai come trasognata, rossa dalla vergogna di non riuscire a reagire, irritata contro me stessa per la mia inadeguatezza, a beccarmi successivi insulti e battute tipo : “Ti sistemo io, brutta stronza fetente, cocca della maestra!”
Dopodiché, voltasi alle fedeli del suo gruppo, che riuscivano a trascinare nella baraonda anche le meno scalmanate, scatenò l’ennesimo inferno… In quei frangenti succedeva di tutto, volava di tutto, schizzava di tutto… ogni tanto aprivo la bocca come a voler suggerire, pulcino pigolante :”Fate almeno un poco più piano, che sennò arriva il bidello!” ma dalle labbra non mi usciva suono.
Non so dire se avessero nella testa un campanello d’allarme, se sentissero gli ultrasuoni come i cani, ma inspiegabilmente l’orda si placava qualche manciata di secondi prima del rientro della maestra. “Sono state tutte brave? Non vedo nessun nome!”, mi chiedeva lei, meravigliata. Mi limitavo a un cenno di assenso, ansiosa di tornare al mio posto, anche se avrei voluto piangere. Non ricordo di avere mai segnato nessun nome , forse due o tre una volta, al culmine della disperazione, cancellati  però immediatamente. La tortura era finita.
Nel frattempo il gessetto si era sciolto fra le mani sudate.

Chissà perché mi è tornato alla mente tutto questo, ora che ho l’età della mia maestra all’epoca. Forse perché la vita è un cerchio e tutto torna. Una cosa la so, comunque: non credo che darei il gessetto in mano ad alcuno.

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