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L’Officina è online

novembre 12, 2020 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

 

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Ebbene sì, l’Officina dello scrivere ad alta voce, il laboratorio di lettura e scrittura che Rosa Anna Ianni ed io teniamo alla Spezia da ormai sei anni, è passato online. A causa dell’attuale situazione, non potendo più incontrarci dal vivo, abbiamo deciso di intraprendere un altro tipo di percorso, nel quale, però, ci siamo lanciate con immutato entusiasmo.
Pur tra varie difficoltà ed intoppi (da parte mia: caduta della connessione due, anche tre volte durante il collegamento, imbranati tentativi di condividere coi partecipanti lo schermo del mio cellulare – che sempre compare nero o con le scritte “sdraiate” in orizzontale – non chiedetemi perché – voce che si spezza, immagini che si bloccano, ecc. ) stiamo andando avanti. Mai dire mai. Bello rivederci, anche se attraverso uno schermo (telefonino o computer), ritrovarci, condividere un pizzico di quotidianità… sì, perché si ha modo di vedere un angolo di salotto… o un tavolo di cucina… o uno stendino coi panni che sbuca dietro le spalle di chi legge…o un letto (essendo la camera da letto magari l’unico luogo dove la linea “prende”),  di sentire l’abbaiare di un cane, di intravedere il musetto di una gatta curiosa…si entra insomma nelle case, nei “regni” altrui, nell’intimità finora sconosciuta. Ognuno regala agli altri qualcosa di sé.
I temi trattati sono interessanti, i nostri allievi eseguono i compiti settimanali con piacere, compatibilmente coi loro impegni e il tempo a disposizione, ma – devo ammetterlo -nessuno si sottrae, quel che scrivono e leggono di volta in volta offre sempre nuovi spunti per la discussione, ci si consigliano a vicenda libri da leggere e da consultare, film da essi tratti,  canzoni, brani teatrali, insomma la condivisione – parte essenziale di questo ritrovarci insieme a coltivare le nostre passioni letterarie – è rimasta intatta e solida.
Continueremo la nostra attività cercando di migliorare nell’uso della moderna tecnologia (per quanto riguarda la sottoscritta, ci metto buona volontà, per i risultati… non mi esprimo), senza perdere nessuno dei nostri appuntamenti “classici”: letture alla fine di ogni ciclo di incontri, letture in occasione di giornate speciali, tipo “la giornata della memoria”, ” la giornata contro la violenza” , oppure letture in occasione dell’anniversario di nascita o morte di qualche grande autore della letteratura… e tanto altro… con la differenza che si svolgeranno attraverso il video, invece che in presenza.
Inoltre, la nostra pagina facebook dal titolo “L’Officina dello scrivere ad alta voce” resta aperta a chiunque in ogni momento abbia desiderio di condividere consigli utili su libri da leggere, recensioni, articoli, eventi culturali in programmazione, o di postare testi di narrativa o poesia non solo di autore, ma anche personali, che saranno anzi particolarmente graditi.
In questo tempo più che mai è importante non perdere il desiderio di coltivare la cultura, la bellezza dell’arte in ogni campo.
L’Officina resiste, le penne corrono sul foglio,  i tasti del computer battono ancora, le menti sono un crogiuolo di idee, i cuori restano uniti e vi assicuro che la semina sarà produttiva, il raccolto buono e sorprendente.

“Essenze di poesia”, doppio evento poetico al Circolo Arci Canaletto – La Spezia

settembre 06, 2020 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

 

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Venerdì 18 settembre, a partire dalle ore 18, negli spazi del Circolo Arci Canaletto, via G. Bosco 2, alla Spezia, avverrà la doppia presentazione delle raccolte poetiche “Taccuini d’emozione” di Margherita Bertella e “Cortecce” di Sveva Borghini.
Come dice il titolo, “Taccuini d’emozione” è un libro scritto in cammino, sono versi nati e immediatamente appuntati sui taccuini che mi accompagnano ovunque io vada. Penna, matita, taccuino e una scatolina di acquerelli sono i miei compagni di viaggio. Si tratta chiaramente anche di un cammino simbolico, perché la poesia mi affianca nel percorso della vita, la poesia intesa come canto spontaneo dell’anima, bisogno imprescindibile di comunicare il proprio sentire, libera espansione e condivisione delle emozioni, empatia con la Natura che mi accoglie riconciliandomi col mondo. Terapeutico per me è il rapporto con la Madre Terra, il paesaggio della mia Liguria aspra e selvaggia, fratello Mare, nelle cui tempeste e bonacce mi riconosco, sorella Luna, mia confidente da sempre – una sezione del libro è dedicata proprio a lei. La terza sezione, “Ritratti”, comprende appunto i ritratti degli amici animali con cui ho condiviso e condivido il cammino, maestri di dedizione e dignità, e delle persone care, a cominciare da mamma, passando attraverso le amicizie speciali, doni dell’Universo che arricchiscono l’esistenza. Protagonista della prima parte del libro è l’avvicendarsi delle stagioni, il mutare del paesaggio non solo esteriore ma anche interiore, l’amore infinito per la Natura, la mia ricerca costante di Lei, il mio immergermi in essa per ritrovarmi e scoprirmi più forte di quanto riesca a immaginare.
Questo, del resto, è un forte collegamento con la raccolta  di Sveva, il cui libro, non a caso, s’intitola “Cortecce”.  Originale idea: la nostra pelle, il tessuto cutaneo che comunica con l’esterno e lo lascia penetrare dentro sé, è visto in analogia con la corteccia che è la pelle dell’albero. Anche questa raccolta è divisa in tre sezioni, ispirate da tre alberi specifici: Betulla, Pino e Pioppo, di cui ci vengono presentati dall’autrice il carattere, i gusti ambientali, la simbologia. Le poesie di ogni sezione intendono trasmettere al lettore l’essenza dell’albero di riferimento. Ovviamente, poi sta alla sua sensibilità captarla in un verso, in un vocabolo illuminante, o fra le righe di queste riflessioni poetiche in cui alla leggerezza si abbina una discesa nelle profondità dell’anima, la ricerca costante di indizi, dettagli, come il saper cogliere nel lampo di luce su una foglia, nel gorgogliare di un ruscello, nel divampare di una fiamma, nell’incontro con minuscole creature silvestri la magia di un collegamento, un messaggio dall’Universo. Anche il bosco di Sveva è “emozionale”, fatto di forre profonde, anfratti e improvvisi slarghi di cielo, melodie di vento fra i rami e tutto un caleidoscopio di colori. Sveva ci apre il suo mondo, introducendoci alla sua scelta di vivere in Natura, a contatto con la Madre Terra e le sue stagioni, i suoi cicli di Vita/Morte/Vita, invitandoci a scoprire i nostri “boschi interiori”,  a osare finalmente addentrarci in essi.
Titolo dell’evento è “Essenze di poesia” perché chi vorrà essere presente sarà coinvolto attivamente da Sveva anche attraverso piccole esperienze sensoriali, grazie all’uso di oli essenziali specifici.
Siete invitati, quindi, per una “fulll immersion” poetica a tutto campo.

Rosaspina

agosto 29, 2020 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

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Reinterpretare una fiaba, un mito… è una sfida che mi affascina da sempre.
Rosaspina, la “bella addormentata”, il malefico incantesimo, il muro di rovi che blocca ogni accesso, il grande sonno, lei che aspetta… Ma cosa aspetta? Chi aspetta? Il “principe” che la “risvegli”…
Ora c’è da chiedersi: e se ‘sto tizio non arriva? Se non trova la strada? Se non riesce a superare gli ostacoli? Se perde interesse, si stanca e punta su “cose” più facili?
Lei dorme. Questo è un dato di fatto. Vive, ma in altra dimensione. Chissà dove, chissà che combina nel sonno. In fondo, il sonno è pieno di messaggi, di storie, pari ad uno spettacolo teatrale. Lei ci sta bene, nel sonno. Placida, bellissima, sorride. Sta in un “altrove”. Perché allora dovrebbe “risvegliarsi?” Ma soprattutto, demandare ad un altro il proprio “risveglio”?
La mia Rosaspina non dorme.  Almeno in apparenza. A volte dorme ad occhi aperti. Di punto in bianco, “parte” e non c’è più per nessuno.  Alcuni (pochissimi), se ne accorgono. E glielo fanno notare. Ma tanto, lei così è. E se li gode i suoi momenti di “altrove”, quelli in cui chiude tutto il mondo fuori e cerca il contatto col profondo, scende dentro sé per il bisogno di scoprire la sua vera essenza,  cosa per nulla facile (ma -si sa- a lei non piacciono le cose facili).

La mia Rosaspina sta percorrendo una strada, o meglio un sentiero, uno di quelli che le piacciono, un sentiero nel bosco, a contatto con la Madre Terra e le creature vegetali e animali che lo popolano, i pericoli, gli ostacoli, i blocchi, le soste alla fonte, il greto del torrente, i sassi su cui inciampare e sbucciarsi le ginocchia, per poi rialzarsi e proseguire. Non possiede castelli, né letti a baldacchino, né servitù dorata. Ha imparato a badare a se stessa, a conviverci. In passato ha ingoiato tanto amaro, si è  sentita inadeguata, estranea, fuori posto… ora prova a stimarsi, a rispettarsi, ad amarsi, ad accettarsi così com’è. Sa di non essere sola. Altre anime condividono con lei il cammino. A volte le incrocia, ed è un toccasana reciproco, si forma una rete invisibile ma tenace, indissolubile, a cui sente di appartenere. Può capitare che l’angoscia le attanagli la gola, allora lascia che le lacrime scendano a fiumi e lavino via il dolore, può capitare che abbia voglia di urlare al cielo al mare all’Universo… che senta la lupa selvaggia dentro di lei lanciare il noto richiamo. Lascia che urli, ululare fa bene, ululano insieme… E prosegue. Cercando di rimanere nel “qui” e “ora”.
Ora è nel bosco. Se “lui” vorrà venire, qui la troverà.

 

Rosaspina

Son qua, sono sola, ti aspetto da tanto
del cuore selvaggio non senti il mio canto?
Eppure lo so che tu esisti davvero
forse smarrito hai soltanto il sentiero
che vuoi che io faccia, che segni il terreno
coi ciottoli bianchi di cui intorno è pieno?
Mi unisco al concerto di voci del bosco
allargo le braccia, volteggio, mi accosto
alla limpida polla ove beve il serpente
che scatta al mio arrivo, si dilegua repente
m’inginocchio ed immergo a coppa le mani
le arse mie labbra disseto – “Rimani!”-
la Madre Terra lancia un richiamo
geme la tortora, posata su un ramo
freme la felce, lo scoiattolo balza
del verde tappeto farò la mia stanza
le forre profonde saran la mia culla
la notte le stelle per tetto, poi nulla
muri di rovi non alzo alle spalle
guadare puoi il fiume, risalire la valle.
Se un giorno davvero a cercarmi verrai
avanza deciso nel folto, e mi avrai.

Circe

giugno 18, 2020 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

 

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Circe appare nel libro X dell’Odissea: approdato all’isola Eèa, sbarcato ad esplorare il luogo, Ulisse s’inerpica su una cima rocciosa e da lì scorge del fumo e la casa di Circe, tra i folti querceti e la macchia.
Da sempre conosciamo Circe come la “maga”, colei che offre ai compagni di Ulisse “tristi farmaci”, pozioni velenose, poi, toccandoli con la bacchetta, li rinchiude nei porcili, perché porci sono divenuti in tutto, tranne che nella mente, ancora umana. Terribile maleficio. Assurdo e inspiegabile. Pura cattiveria? Su Ulisse però, Circe non può nulla, perché lui, si sa, è aiutato dall’alto, e arriva Mercurio a donargli un’erba che annienterà il potere di lei, con la quale, dopo aver fatto liberare i compagni, l’eroe condividerà il letto per un anno. Dopodiché, Circe stessa gli indicherà la strada per scendere agli Inferi e interrogare l’indovino Tiresia circa la sorte futura. Tra i due un addio senza lacrime, né suicidi, né isterismi. Fine della storia. Figura femminile triste, come le sue pozioni, paurosa e terribile, enigmatica, da cui stare in guardia.
Ma Circe, figlia del Sole, è molto più di questo. Circe è figura “numinosa” e affascinante, come la sua casa di pietre lucenti, annidata in un bosco di querce secolari… la sua casa popolata da lupi e leoni, che non si avventano ma gioiscono all’arrivo degli stranieri, la sua casa che risuona d’un canto armonioso e le sue abili mani che tessono una tela immortale… Stupenda presentazione.
Prendiamo il canto: il canto è vibrazione, respiro, pneuma, soffio, spirito che crea la vita. Circe canta e “incanta”: uomini, piante, animali. Il canto è già trasformazione: l’aria viene introiettata in noi e fuoriesce attraverso il suono della nostra voce. Un suono potente e misterioso. Un suono che è la nostra essenza.
Altro elemento: la tela, la tessitura (che per me ha connessioni profonde con la scrittura e tutto ciò che le è collegato), la manualità, l’arte delle mani, l’opera delle mani che plasmano questo spirito, questo respiro, e lo rendono tangibile e fruibile al mondo. Un filo complesso, non il filo unico, lineare di Arianna che salva dai meandri del labirinto, ma un filo che si moltiplica all’infinito e tesse l’intreccio della vita.
Non c’è nulla di più bello, di più “magico” di questi elementi messi insieme.
E l’isola. Pensiamoci: il fatto stesso che la dea abiti un’isola, è speciale. Che cosa è un’isola? Un’isola è un “cerchio” (kirkos, in greco, il che risuona nel nome stesso: “Circe”), circondato dalle acque, che lo separano da ciò che è noto, un luogo che sta “al di fuori” del normale, al di là del tempo e dello spazio, un luogo “a parte”. Questi uomini non si rendono conto che stanno varcando un cerchio magico, un luogo “sacro”, nel quale più non valgono le regole del mondo, stanno entrando in un’altra dimensione. E l’uomo, si sa, il mito ce lo conferma, è assolutamente inadeguato a comprendere il divino nelle sue manifestazioni. Circe ha connessioni con la Gran Madre, che ha radici molto più antiche, e con Demetra, che vediamo raffigurata spesso con in braccio un maiale, animale a lei sacro. Circe ha il potere di trasformare la natura di coloro che varcano il confine. Ma l’uomo non comprende il senso profondo della trasformazione, che è vista solo come violenza. A cui Ulisse (aiutato da un dio) si sottrae. Ulisse è astuto, si sa, usa la mente e la razionalità, calcola, escogita scappatoie, ma non si evolve, in tutto il poema resta uguale a se stesso, non si trasforma, non compie un percorso di “formazione”. Perde tutti i suoi compagni, torna a casa solo e “salva la pelle”, sempre, in ogni avventura. Punto.
Ma cosa serve per essere trasformati? Tema molto attuale, riflettiamoci: occorre che “qualcosa” ci fermi, ci costringa, ci rinchiuda senza possibilità di fuga, ci pieghi ad una “stasi”, in un radicale capovolgimento della nostra vita, delle nostre certezze, delle nostre abitudini. Circe appare come una “seduttrice”, ma “se-durre” significa appunto “portare altrove”, “condurre da parte”, Circe “affascina”, ma essere legati “in fasci” vuol dire appunto essere costretti, bloccati, legati e impotenti, alla mercé di un altro, o di un’altra cosa, essere “imprigionati”.

Quando si smette di voler razionalizzare tutto e ci si abbandona all’incomprensibile, quando si decide di lasciare “fluire” gli eventi, allora e solo allora sarà possibile aprire un varco che ci consenta di “passare al di là” e scoprire altre dimensioni, forse il nucleo più profondo e vero di noi stessi. La divinità ci offre la trasformazione, ma questa è fatta solo a metà (altra cosa che può parere crudele: corpo di porci, mente umana), tocca a noi scegliere se tornare indietro, alla vita di prima, o rimanere porci e mangiare ghiande per sempre o divenire lupi e leoni e condividere la dimora col divino. Siamo anche noi compagni di Ulisse: alla fine della “chiusura” cui siamo stati costretti (da un “dio” o da qualcos’altro…) non tutti si trasformeranno: la maggior parte rimarranno identici a com’erano prima, altri anzi peggioreranno, pochissimi oseranno cercare strade e “dimensioni” nuove.
All’isola di Circe, dunque, approdata dalle tempeste della vita, l’ho invocata così:

Nel regno di Circe

Sbattuta dai colpi di Nettuno
prona giacendo
in sconosciuta rena
le mani affondo

sono fuori dal mondo
naufraga nel tuo regno
cinto dall’acque intorno.

L’alba è di un nuovo giorno
m’alzo e respiro a fondo.

Alla dimora di lucenti pietre
guidami, o numinosa
la tela e il canto insegnami
e la trasformazione

più non grufolerò
né bramerò tornare
all’umana dimensione.
Lupo io diverrò
e leone.

 

Mi sono avvalsa, per questa interpretazione,  delle lettura di un interessante testo di Carla Lanfranchi: “Circe, la seduzione che trasforma”,  Il Club delle Streghe, Mermaid Editore.

Arianna

giugno 16, 2020 Author: Margherita Bertella Category: Senza categoria  0 Comments

 

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Tutti conoscono Arianna come colei che dona a Teseo il filo per uscire dal labirinto, dove suo padre Minosse ha rinchiuso uno scomodo “figliastro”, mostro orrendo, generato dalla folle passione della sua sposa Pasifae nei confronti di un toro bianco. Riandando alle origini, però, Minosse stesso aveva messo in moto questo meccanismo, non avendo rispettato la promessa fatta a Poseidone di sacrificargli uno splendido toro candido, che il dio aveva fatto uscire dal mare per sancire la regalità di Minosse sull’isola di Creta. Il toro era talmente bello che Minosse lo tenne nella sua mandria, sacrificandone un altro al signore del mare. Da qui la passione fatta nascere dal dio nel petto di Pasifae per il toro salvato dal sacrifico, e l’unione mostruosa dei due, avvenuta grazie ad una vacca di legno costruita da Dedalo, in cui entrò la regina per farsi montare dalla bestia. Che creatura poteva nascere da ciò? Un essere di cui vergognarsi, un reietto, un rifiuto col corpo umano e la testa di toro, imprigionato da Minosse nel labirinto ideato da Dedalo, un mostro che si cibava di carne umana: ogni anno gli venivano sacrificati 7 fanciulle e 7 giovani ateniesi. Finché, alla terza triste spedizione di carne, ai giovani si unì Teseo, figlio del re di Atene…

L’eroe, ecco. Il mito è pieno di questi eroi, uomini forti, sgominatori di mostri, conquistatori di popoli e città, che compiono imprese eccezionali, senza fermarsi mai, superando le prove più ardue. Spesso, però, hanno bisogno di una donna per portare a termine le loro imprese. E le donne, si sa, si innamorano… Perché un dio ci mette lo zampino,  o semplicemente perché loro ascoltano il cuore e ci cadrebbero comunque, nella trappola. Senza l’aiuto di Arianna, figlia di Minosse, Teseo avrebbe ucciso il mostro, ma non sarebbe stato capace di uscire dal labirinto. Lei escogita l’astuzia del filo da dipanare all’entrata, per potere ritrovare la strada al ritorno. Detta così pare un gioco da bambini, una cosa semplice, l’uovo di Colombo… un’astuzia a cui lui, comunque, non sarebbe arrivato. Come ringraziamento per l’aiuto ricevuto, Teseo che fa? Porta via con sè, come promesso, la donna innamorata, che per lui tradisce il padre e perde la patria, salvo abbandonarla di notte, mentre lei dorme ignara, nell’isola di Nasso, dove hanno fatto scalo. Gli “eroi” così si comportano, si pensi a Giasone con Medea, allo stesso Enea con Didone.. ma la storia sarebbe lunga e ripetitiva. Fatto sta che questi “eroi” si servono delle donne che incontrano nelle loro peripezie, le usano finché fa loro comodo, poi non si fanno scrupolo alcuno ad abbandonarle, tradirle, ripudiarle  quando diventano scomode, inutili e fonti di guai.
La mia Arianna, quella trasposta da me nel mondo moderno, nella raccolta poetica “Il mito al femminile”, lo scruta negli occhi (azzurro cielo) il bel Teseo, il maschio forte e dominatore, lo affronta a viso aperto, lo invita a guardarsi dentro. Nel suo labirinto. A cercare il mostro dentro sé. Perché tutti noi abbiamo il nostro labirinto, in cui alberga la zona ombra, quello che non vogliamo riconoscere, quel che ci fa paura, il nostro mostro, il mare dell’inconscio che non vorremmo scandagliare, la vita stessa è un labirinto, uno zigzagare perenne per perderci e poi ritrovarci, una serie di giri e angoli e svolte da superare per raggiungere il centro, il nucleo in cui saremo finalmente soli di fronte a noi stessi, alla nostra vera faccia. Il centro da cui ripartire rinnovati, ed uscirne fuori “iniziati”, ogni volta. Il mostro che Teseo intende sgominare è in realtà se stesso, uno scontro in cui vincitore e vinto sono la medesima persona.
La mia Arianna, non figlia di re, ma donna che scrive, dona a lui tutto quel che ha, la cosa più preziosa: un filo fatto di parole, un filo rosso, perché la penna questo rappresenta per me: un bisturi che incide, scava in profondità, nel sangue. A lui spetterà saperlo utilizzare nel modo giusto per districarsi dal labirinto della vita.

La mia Arianna dice a Teseo:

Che vai cercando, straniero
dagli occhi azzurri e dallo sguardo fiero?
A gran voce eroe ti proclami
le mani hai colme di vento
gli eroi sono estinti da tempo.
Il mostro che intendi annientare
dentro te lo dovresti cercare.
Nel mio, nel tuo labirinto
il vincitore è identico al vinto.
Non tentarmi, nulla ho da dare
tranne questo filo
rosso di parole.